Tecnica

Un PO di ricordi

Di Agostino Zurma pubblicato il 10/03/13

La voce di mio padre mi costringeva a mandare un’ occhio alla sveglia, le 3.30, miseria per un ragazzino di 11 anni non è certo facile alzarsi a queste ore, ma alla passione non ci sono limiti.

Dai, su che gavemo da ndare in tea goena dea Carpano, stavolta te vaderà che te o ciapi sto famoso rainato.

Mi sembra ieri e sono trascorsi quasi cinquant’anni da quando per la prima volta mio padre mi portò in “Basso Polesine”,anni dedicati, quando possibile, alla mia passione primaria: la pesca e soprattutto nel Po, nel suo Delta.

A quei tempi di pesce ne erano pieni tutti i corsi d’acqua, il grande fiume non era certo da meno, le golene straripavano di pesci gatto, che tutti noi pescatori chiamavamo “zaoni” (gialloni)per il colore giallo che esibivano in diverse parti del corpo maggiormente nel ventre. E come erano buoni, fritti in una grande quantità di olio dopo averli ber ricoperti di farina. Non usavamo cavaami (slamatori) e le nostre dita a fine pescata erano, nelle loro prime falangi, completamente  scorticate dai dentini, sottili ma fitti, di questi appetitosi pesci. Ma era il grande fiume ad apparirmi maestoso, imponente e più di ogni altra cosa inaffrontabile. Il Po non sopporta argini limitati, vuole ampie golene, grandi spazi, e se a monte l’essere umano in qualche modo riesce a governare parte delle aree golenali, nel Delta il Po si espande con i suoi numerosi rami che divengono il centro di quel regno, regno formato di fiorente vegetazione spontanea e di variegata fauna sia stanziale che migratoria. Il fiume è grande come le montagne e come le montagne incute timore ed esige rispetto, per capirne i suoi ritmi è necessario che l’uomo, mentre si addentra nel suo mondo, si adegui. Ma un poco alla volta ne divenni amico, imparai a conoscerlo e a rispettarlo, considerandolo un grande e vecchio compagno sempre pronto a dispensare i suoi insegnamenti e le sue raccomandazioni e soprattutto a ricordarti di temerlo. Percorrevo a volte con incoscienza le sue rive, attratto dalla reale possibilità di effettuare catture di cavedani e bass a spinning, avventurandomi con l’acqua alle ginocchia all’interno delle numerose  spiagge di sabbia che brulicavano di cefali. Rimanevo affascinato quando a volte, percorrendo la strada del ritorno, ci fermavamo per vedere i pescatori armati di bilancia che provenienti da più provincie esibivano delle catture di tinche e carpe di tale bellezza che sembravano rappresentazioni dei migliori acquerelli a firma di pittori  polesani. Il grande fiume è sempre stato generoso con tutti, e così sarà finché gli lasceremo un poca di vita, quell’esistenza che senza pentimento i più stanno cercando di togliergli giorno dopo giorno.  Quei pesci, di dimensione straordinaria, mi apparivano come prede che difficilmente avrei mai potuto catturare, una sorta di sogno irrealizzabile che mi ha accompagnato per diverso tempo prima di materializzarsi tra le mie mani . Erano ben riposti, quei pesci, all’interno di cassette e protetti dalla calura con frasche ancor verdi, strappate dalla rigogliosa vegetazione del Delta. Quelle fronde, in quel momento adibite a quella specifica funzione, risultavano l’ultimo baluardo capace di regalare agli splendidi animali, e per gli ultimi minuti in cui si dibattevano tra la vita e la morte, il  ricordo del loro mondo a quel tempo ancora incontaminato. E io, con la mente, rivedevo quelle splendide creature e la voglia di potermi confrontare con loro diventava ogni giorno più pressante, e più incalzante era la mia insistenza nei confronti del genitore per trovare in lui una mano amica  capace di aiutarmi a soddisfare quel bisogno divenuto ossessione.

L’auto divorava i km che mi separavano da quel luogo, da tutti i pescatori considerato una mecca, soprattutto per la presenza di grandi lucci e di innumerevoli popolazioni di pesci gatto. E le carpe ? c’erano eccome, non facili da prendere perché i piccoli pesci erano una vera ira di Dio ma per me questo contava ben poco, importava solo il poter immergere in quelle acque i miei ami, ricoperti di attirante polenta, per sperare nell’avverarsi del grande sogno: una carpa del grande fiume.

Il buio avvolgeva ancora tutte le cose, lo stretto sentiero offriva la direzione obbligata per raggiungere il nostro angolo di paradiso. Già altri pescatori erano presenti, tutti intenti a difendersi dalle innumerevoli orde di zanzare che ben poco temevano le varietà di repellenti utilizzati, anch’io stavo già provando l’ inarrestabile accanimento con il quale mi si scaraventavano contro,rese ancora più frenetiche dal sopraggiungere dell’alba. Finalmente la luce mi dava la possibilità di iniziare la pesca, due canne presentavano un attirante boccone di polenta , la terza una gustosa

 

 

 

 

corbola per i baffuti pescegatti. Il tempo passava inesorabile, la mia scorta di esca colore del grano diminuiva con rapidità, soddisfaceva tutti, troppo era gradita agli abitanti della golena e per le carpe

rimaneva poco spazio e poco cibo. Magari poter essere stato in possesso delle magie del carpfishing allora, che meraviglia sarebbe stata , nessuna di quelle poderose carpe avrebbe potuto sfuggirmi.

Il tempo trascorreva inesorabile, il caldo si faceva sentire e l’unica consolazione era rappresentata dalla resa delle zanzare che regalava un minimo di sollievo. Ma non era di questo che io avevo bisogno, certo, non ne avevo proprio bisogno. Non lo sapevo, nemmeno lo immaginavo, ma il

momento si stava avvicinando, non riconoscere i segni di questa premonizione contribuì a farmi trascorrere momenti di sofferenza. Abbandonai per qualche istante la mia postazione per recarmi in quella vicina dove, mio padre, in maniera incessante salpava un pescegatto dietro l’altro. Per lui, buongustaio, quelle erano le catture predilette!

Scambiai due parole con l’indaffarato genitore, un breve dialogo dal quale si intuiva il mio sconforto, ma non la resa. Quei pochi  minuti furono sufficienti affinché tutto si compiesse, quel frammento di tempo realizzò lo scopo delle mie fatiche, concretizzò le mie speranze. Purtroppo non nel preciso modo voluto.

Mi riappropriai della postazione, ed in quel preciso momento l’angoscia si impadronì di me. Delle tre canne posizionate una mancava all’appello, gli occhi sbarrati e in preda allo sgomento cercavano da ogni parte  il mio attrezzo. Non poteva essere stato uno scherzo,  non avevo visto anima alcuna dirigersi verso la mia postazione. Lo sguardo iniziò a contemplare la distesa d’acqua e si fermò proprio su di lei, sulla mia canna fissa in tre pezzi che giaceva immobile a diverse decine di metri di distanza. Papà, papà, vieni, tote rancura, non ghè più na cana, e a xè finia in mezo a l'aqua ,urlai a mio padre e nel contempo recuperavo il piccolo “lancetto” per tentare di riprendere la canna perduta. Così chiamavo i miei corti attrezzi dotati di arcaici mulinelli  e costruiti con vigorosa vetroresina. Uno, due , tre lanci ma niente, il mio amo non riusciva ad intercettare ne il filo ne l’esiguo fusto del mio strumento che aimè dava segnali allarmanti di movimento. Subito parti una mia invocazione: te suplico, resta ferma dove ca te si, se no non te ciapo più.

Se si fosse allontanata ancora sarebbe uscita definitivamente dalla portata dei miei lanci, significava annullare ogni eventuale possibilità di recuperare il pesce dei miei sogni, la mia prima carpa del Po.

I minuti passavano veloci, ma  sembrava trascorso un tempo interminabile, la mia ansia e la tensione aiutavano il caldo estivo ad accelerare la traspirazione del mio corpo, gli occhi faticavano a vedere ricoperti com’erano dalle gocce di sudore, che ininterrottamente scendevano dalla mia fronte. Ma dovevo farcela!

Ancora un lancio, non sapevo quanti ne avevo fatto sino a quel momento,una leggera tensione mi avvertì che qualcosa stava succedendo , la punta della canna ruotò leggermente verso di me. Si, era agganciata! L’amo teneva saldamente l’attrezzo ed il pesce, stuzzicato dalla tensione, cominciava ad opporsi, aveva recuperato le forze e io oltre alle sue sfuriate dovevo anche vincere la resistenza che l’inerme strumento opponeva. Non fu facile, ma lentamente la canna si avvicinava, metro dopo metro scivolava sul pelo dell’acqua e mi dava sempre maggiori speranze. Mancava ormai poco, passai il lancetto a mio padre che completasse il recupero e io mi chinai nervosamente per raccogliere l’attrezzo perduto e tentare il recupero del pesce. Ecco, afferrata! La alzai per mettere la lenza in tensione, la carpa riprese a muoversi sempre più velocemente cercando di guadagnare gli ampi spazi della golena. Questa volta però vi era opposizione, qualcuno la contrastava nel suo tentativo di liberarsi, perché solo così avrebbe continuato a nuotare nelle sue acque . Purtroppo non posso dire che la libertà le sarebbe stata data comunque, erano tempi dove le catture finivano tutte a casa, tra le esperte mani di mia mamma che con ciascuna di esse realizzava piatti appetitosi. Tanto tempo sarebbe passato prima che la sapiente e ormai necessaria norma de catch and release prendesse piede tra i più moderni  pescatori, ma allora andava così. Il tira molla durò a lungo, il corpo del pesce sembrava un blocco di pietra, un masso con il vigore di un leone. Faticavo ad averne ragione, forse la paura di perderla, probabilmente la mia inesperienza nell’affrontare simili situazioni limitavano la mia forza, mi impedivano di essere determinato come invece bisogna essere, ma quando la vidi, nel vicino sottoriva indirizzarsi verso il guadino manovrato da mio padre capii che avevo fatto tutto come andava fatto e che finalmente potevo  godermi il tanto sognato premio.

Non posseggo foto di quella prima straordinaria carpa ma la sua immagine da allora è rimasta indelebile nei miei ricordi e così resterà per tutta la vita. Sempre più prediletta con il passare degli

anni, perché rappresenta la consacrazione della mia passione e la certezza di una sua intramontabile continuità.  Rivedo quel pesce e rivivo quei momenti in ogni riproduzione che rappresenta un ragazzino che abbraccia la sua cattura. In ciascuno di loro mi riconosco e gioisco perché raffigurano un futuro di speranza e di attenzione verso questi silenziosi avversari per i quali, il più delle volte, doveroso rispetto e attenta difesa vengono dimenticati.

Agostino Zurma

 

 

 

 


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