Tecnica

Strike e....combattimento!

Di Glauco Grana pubblicato il 27/05/12

Quando pescavo con la bolognese al tempo in cui uscivano le prime canne al carbonio telescopiche (ahimè, sono passati più di trent’anni) la mia prima preoccupazione, una volta che il galleggiante toccava l’acqua, era quella di regolare la frizione del mulinello. Ricordo che allora i mulinelli più all’avanguardia erano i Cardinal (il 44, il 4 o il 4X) e, tarando la frizione sul 4, questa mi consentiva di dare una secca ferrata, nel momento in cui il galleggiante affondava. Quando il pesce restava allamato avevo la certezza di non rompere d’incontro o, nel caso di una sfuriata immediata del pesce; tutto restava sotto controllo in quanto il mulinello cedeva il filo necessario. Poi non si doveva fare l’errore di lavorare il pesce (mi riferisco alla carpa, dato che non ho fatto altri tipi di pesca se non in via eccezionale) sempre alla stessa distanza, altrimenti il filo di nylon, anche se di grosso diametro, si sarebbe surriscaldato o si sarebbe stirato in breve tempo a causa dei  passanti che erano sostanzialmente anelli in metallo o in pietra: quelle di allora erano sicuramente inadeguate. A volte attaccavo pesci che mi svuotavano il mulinello, nonostante pescassi col filo di nylon del 24/26 di diametro collegato direttamente all’amo, in quanto non potevo contare oggettivamente sul supporto della canna, un elemento non di secondaria importanza. A quei tempi, il mercato offriva rods che praticamente erano dei veri e propri pali, dal momento che il cimino fletteva solo sotto una fortissima pressione, oppure si poteva contare su quelle di medio - alto livello, le quali risultavano tuttavia più adatte alla cattura di piccoli medi ciprinidi. Beh, mettere in secco una carpa di grossa taglia non era così semplice: serviva il fattore “c” con la maiuscola. Poi, per dirla tutta, farla finire dentro al guadino risultava proprio la fase più travagliata: in circolazione se ne trovavano solamente con un’ apertura molto ridotta (al massimo 50 cm) e con poca profondità di rete.
FRIZIONE
L’avvento del carpfishing stravolge un po’ il tutto e pone il pescatore che pratica questa disciplina in una condizione nettamente di privilegio rispetto alle beneamate carpe. Nonostante questo, il poter disporre di materiali altamente sofisticati  (evoluzioni del carpfishing) può semplificare le cose, ma sappiamo che nel nostro tipo di pesca non c’è nulla di scontato. Anzi, se tali materiali vengono adoperati in modo improprio possono rivelarsi un’arma a doppio taglio. Mi è capitato spesso di assistere a combattimenti che pareva fossero dei veri e propri tiri alla fune; così facendo, però, la percentuale di terminare anzitempo aumenta sensibilmente a causa di una slamata o di una rottura. Occorre considerare che per quanto la nostra attrezzatura possa essere resistente dall’altra parte, attaccato all’amo, c’è pur sempre un apparato boccale. Forzando oltremodo, si corre il rischio di allargare comunque il foro provocato dall’amo  oppure  si potrebbe strappare il tessuto del pesce se l’uncino non fosse entrato in profondità. E’ chiaro che, quando si pesca in luoghi dove gli ostacoli sono disseminati un po’ ovunque, la fase di recupero del pesce deve essere più che mai limitata nel tempo. In certe situazioni si ha la necessità di girare la testa del  pesce per allontanarlo rapidamente dai grossi intrichi e allora diventa imperativo forzare al massimo. Però, nel caso in cui lo spot dove peschiamo sia libero da ostacoli, godiamo della combattività del pesce e non mettiamo sempre sotto stress massimo la nostra attrezzatura. Se la carpa chiede filo per una ripartenza, se c’è la possibilità di darglielo, facciamo cantare la nostra frizione, che è sempre un bel sentire. L’importante è evitare nella maniera più assoluta di fare tutte quelle operazioni che potrebbero farci perdere il contatto diretto con il pesce. Una continua trazione fa sì che si possa portare in secco una carpa che sia anche solo impuntata o mal allamata. Inoltre, è importante avere dimestichezza con la frizione; capita di recuperare pesci che si fanno portare fin sotto riva senza opporre resistenza e, quando sembrano lì senza possibilità di scampo, ritornano invece ad inabissarsi con una partenza al fulmicotone. E’ in quel momento che è fondamentale sapere dove  mettere le mani: queste devono andare in automatico a sbloccare la frizione. Una piccola indecisione, che può corrispondere anche ad una  minima frazione di tempo,  può risultare fatale.  
FERRATA
La ferrata non deve essere un gesto di riflesso del carpista perché  va fatta in rapporto alla situazione di pesca, ai materiali che si stanno adoperando e persino in funzione delle montature impiegate, nonché valutando se si ha che fare con carpe dalle labbra fragili o meno. A seconda di queste ed altre variabili la ferrata va eseguita in maniere differenti. Prendendo prima in esame la bocca della carpa, è fuori discussione che grossi problemi non ne avremo, se si tratta di un pesce che vive in un ambiente in cui sia abituato a cercare da mangiare sotto pietre o sassi. In questi luoghi di pesca la carpa sviluppa labbra che sono pronunciate e particolarmente callose: roba da far invidia a qualche soubrette o alle cosiddette “signore dello spettacolo”. La ferrata invece deve risultare soft quando le carpe possiedono delle labbra sottili. Questa caratteristica dell’apparato boccale generalmente si riscontra laddove le carpe si alimentano su fondali molto molli. Bisogna poi considerare quei posti di pesca dove le carpe sono insidiate costantemente durante tutto il tempo dell’anno. In essi non è difficile imbattersi in carpe che si ritrovano con tessuti della bocca lacerati a causa delle frequenti forate e, soprattutto, di incaute slamate. Per questo sia l’azione della ferrata  sia il conseguente combattimento  devono essere effettuati con la dovuta moderazione.
DISTANZE
Quando si pesca a corta distanza (10 metri), l’importante è garantirsi una buona auto-ferrata. Personalmente anche pescando sotto i piedi uso comunque un piombo dal peso non inferiore ai 100 grammi. In questa specifica circostanza preferisco lasciare il filo “smollato” per non insospettire il pesce nel caso fosse estremamente vicino, nei paraggi, e che eventualmente volesse portarsi sull’esca. Solitamente la partenza è di quelle che fa “scoppiare” l’avvisatore e, quindi, è bene prendere contatto con il pesce dolcemente, cercando poi di rallentarne la corsa, facendo pressione con le dita contro la bobina del mulinello che sta concedendo filo. Praticare il marginal fishing vuol dire avere la necessaria destrezza anche al buio: in caso di cattura  nelle ore notturne, l’ultima cosa da farsi è quella di puntare la luce nell’acqua. Una fonte luminosa durante la fase di combattimento può sovente determinare delle reazioni improvvise del pesce, quindi è bene usarla solo nei casi di estrema necessità indipendentemente che il recupero avvenga da riva o stando dalla barca. Se l’azione di pesca si sviluppa ad una distanza compresa fra gli ottanta ed i cento metri, la ferrata può essere eseguita con decisione. Questo lo si può fare tranquillamente, senza per questo incorrere in rotture o quant’altro di sgradito, in particolare quando si adopera del nylon che fungerà anche da ammortizzatore nel caso ce ne fosse bisogno, essendo piuttosto elastico: infatti cede mediamente dall’otto al dieci per cento circa in lunghezza. L’utilizzo della treccia impone maggior prudenza quando si va a ferrare, specie se il pesce durante la partenza ha già messo in tensione il filo. Quando si pesca a lunga distanza, il trecciato costituisce il miglior alleato. Dopo che il pesce è rimasto allamato, è necessaria una immediata e “lunga” ferrata che si ottiene facendo un movimento ampio con la canna, magari rinculando di qualche metro, se la sponda lo consente, per entrare il più velocemente possibile a contatto con la carpa. Rapidamente ci si avvicinerà al pesce con un natante che diverrà la piattaforma ideale per portare a termine il combattimento, magari in una zona con maggiore profondità e lontano dagli ostacoli del sottoriva. Comunque, nello specifico, il vero auto - aggancio si verifica con il peso del piombo e per questo motivo ricorro sempre, per quanto mi riguarda, a zavorre piuttosto pesanti, non inferiori ai 200 grammi.
VARIANTI
Capita anche che il pesce dopo essere rimasto piccato ci venga incontro. In questo caso risulta fondamentale recuperare con prontezza il filo divenuto eccedente e, solo quando la canna si andrà a mettere in tensione, sarà il momento di ferrare. La ferrata in tale circostanza è più che mai indispensabile, altrimenti le probabilità che la carpa si stacchi da un momento all’altro saranno veramente tante.
Quando si dà la caccia all’amur succede spesso che, anziché una partenza, si verifichi una calata improvvisa dell’avvisatore visivo. Nel contesto in questione, l’ideale è utilizzare un segnalatore visivo di abboccata che ha un sistema di ritenzione del filo che si va a concentrare in un unico punto, così come, ad esempio, quelli strutturati a catena (vedi foto) che  non mancheranno di segnalare anche una  infinitesima calata. Nei luoghi di pesca soggetti a una fortissima pressione, ci sono carpe che, nonostante si sentano forate, non entrano più in panico. Di conseguenza la sospirata partenza non arriverà. Percepiremo un bip, che al limite il più delle volte potrebbe lasciarci indifferenti, ma al successivo è il caso di prestare la giusta attenzione: la carpa sta tentando di togliersi l’amo con violente “torsioni” fatte con la testa. Al terzo bip, che può arrivare anche a distanza di un po’ di tempo, non esitiamo più. E’il momento di fare strike. In conclusione darei un consiglio spassionato. E’ controproducente eseguire più ferrate: ne basta una, ma va fatta al momento opportuno. Una volta che si ha il pesce in canna, l’imperativo è mantenere la calma, non bisogna farsi prendere dalla foga. L’esperienza accumulata nel tempo insegnerà a sentirsi padroni della situazione. Non è facile controllare le emozioni che si provano al momento della cattura; quando il pesce giace lì davanti, sul materassino, in automatico si sente il desiderio di liberarsi delle tensioni accumulate, per dare spazio ad un misto di appagamento e di soddisfazione. Sensazioni incomparabili: è il carpfishing. Orgogliosi di essere carpisti!  Un’ultima cosa, nel limite del possibile non abbandoniamo le canne in pesca; occorre restare lì (armati di pazienza e convinzione) vicino al pod pronti più che mai a sorprendere ancora una volta l’oggetto dei nostri desideri.


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