Itinerari

Ricordando Lac du Der!

Di Agostino Zurma pubblicato il 02/04/18

Tra le mani arrivò un ormai dimenticato contenitore di diapositive, uno dei tanti che conteneva le immagini della storia del mio carpfishing e che, da quando ho iniziato ad utilizzare una macchina  digitale, sono state messe a riposo. Agli occhi apparì il talloncino incollato che lo identificava, quando lo lessi, “Lac du Der, anno 2000”  preparare il proiettore e riguardarmi quelle immagini che portarono la mia mente a rivivere quei momenti indimenticabili, fu un tutt’uno. 

 Avevo letto un paio di articoli sul famoso lago Francese scritti da un carpista locale, Marc Ponsot ,il quale raccontava di pescate memorabili avvenute nel 1992, con Maddocks e Taylor, affermando la cattura di quasi una tonnellata di carpe in un giorno, decorando il suo racconto con foto di magnifiche specchi e cuoio, inginocchiato su quel  fango che è tipico del Der. Chiamai Matteo al telefono e gli proposi l’avventura, sarebbe stata la nostra prima uscita estera  e l’occasione di posare le boilies nelle acque del mitico Chantecoq  uno dei luoghi sacri del carpfishing. Decisi di affrontarlo nel periodo di Settembre indicato come uno dei più produttivi (dal 1° di Ottobre la pesca della carpa è chiusa) Seguendo le istruzioni trovate negli scritti, contattai la casa del pescatore al Port de Giffamount per informarmi su costi e procedure, compiute le formalità burocratiche stabilimmo le date. Alla prima settimana di settembre partimmo per questa nuova esperienza, la distanza da percorrere superava i mille km, e durante il viaggio, come spesso avviene, non mancarono episodi particolari. Ricordo che ci dovemmo fermare in un’officina per dei controlli. Infatti, in presenza di strade sconnesse o con il manto altalenante, le gomme posteriori della vettura caricata all’inverosimile, oltre alla normale attrezzatura circa 90 Kg. di granaglie, 60 Kg. tra pastura e pellets ed altrettanti di boilie,  andavano a toccare gli ammortizzatori mettendo a rischio la loro integrità.

Questo mi obbligò a condurre una velocità oltremodo ridotta e una guida molto attenta. Giunti in prossimità del Lago, percorrendone il perimetro. lo spettacolo che  si presentò davanti era a dir poco straordinario, una sconfinata distesa d’acqua circondata da boschi, spiagge e porticcioli; semplicemente fantastico, certamente la sola vista di quei luoghi valeva il viaggio. Prima meta la casa del pescatore, per i necessari permessi e per avere alcune informazioni sulle postazioni libere. Amara scoperta, vi erano solo due zone con un paio di spot disponibili, purtroppo non quelle auspicate. Alla Maison Des Pecheurs conoscemmo Patrick Monin (esperto carpista frequentatore del Lago da circa 30 anni, a quel tempo a disposizione dei carpisti che si recavano al Der) che ci indirizzò presso la diga di Giffaumont. Visionato il luogo la nostra scelta ricadde su una zona compresa tra due vasti erbai dove, secondo le indicazioni avute, era presente un fondale con diverse interessanti profondità. Adeguatamente  preparato il gommone a nostro seguito, venne sondato accuratamente il fondo, dopo alcune ore di lavoro  gli otto segnalini avevano occupato le posizioni scelte. La preparazione del campo avrebbe preceduto la posa dei terminali. 

Ma cosa succede ? Gridai a Matteo . Ma cosa fanno quelli!

Un paio di imbarcazioni a vela, disinteressandosi completamente da utilizzare la zona delimitata per l’entrata in porto, transitavano con noncuranza sopra i nostri punti di riferimento trascinandone alcuni con se. Sconforto e rabbia presero il posto della contentezza: non si poteva certo continuare la pesca con l’incubo che la cosa si ripetesse. Recuperammo e segnalini, ci guardammo intorno e rapidamente spostammo il campo in una postazione a ridosso della diga, certamente con meno opportunità essendo chiusa da un lato, informando la casa del pescatore della nuova zona occupata. In fretta e furia montammo le tende apprestandosi così a trascorrere la notte, non chiusi occhio, anche se nelle spalle portavo oltre 14 ore di guida e tutto il trambusto vissuto poche ore prima. All’alba del mattino seguente, ispezionato con cura il fondale ci trovammo davanti una zona senza significativi gradini, con una profondità che degradava dolcemente dai 40 cm. ai due metri. A quel punto la nostra ricerca doveva, assolutamente, essere rivolta all’individuazione di ceppi sul fondo. Eravamo in una zona dove delle famose foreste sommerse non vi era traccia, purtroppo! Con non poche difficoltà la cosa riuscì, finalmente tutto era pronto, alcuni residui solitari di antichi alberi apparvero sullo schermo dell’eco, dovevamo solo posare le esche. Le posizioni che preferii, furono preventivamente pasturate con abbondanti dosi di granaglie e pellets,completando il tutto con una cinquantina di boilies  per canna. I punti segnalati erano a distanze massime di 100-120 metri come prevedeva il regolamento, laddove un tempo non vi erano limiti. 

La prima nottata non diede alcun risultato e visto che l’alba del mattino successivo, annunciava ancora una splendida giornata, priva della ben minima brezza, pregai che un intervento divino modificasse le condizioni atmosferiche. Comunque, durante il giorno, la simpatica visita di tinche e breme fu senza dubbio un apporto di fiducia, che si convertì in eccitazione, quando verso sera l’orizzonte si colorò di gradazioni, che anticipavano  l’arrivo di un grosso temporale. 

E la notte portò il vento, fortissimo, le onde martellavano violentemente la riva e mi costringevano ad essere di sostegno alla mia tenda, la pioggia prepotente e incessante  per quasi sei ore si abbattè, su quel luogo come vera provvidenza. Saranno state le cinque di mattina quanto il suono di uno dei miei avvisatori mi fece balzare fuori dalla tenda, una partenza lenta ma decisa, ferrai prontamente ricevendo dall’altro capo del filo una notevole resistenza. Ero li, sotto la pioggia , con il vento che mi massacrava il volto, addosso solo  pantaloncini corti e maglietta, scalzo con il fango alle caviglie a combattere con quello che sembrava un superbo avversario. Sembrava che tutte le forze della natura presenti fossero emigrate in quel pesce, non voleva cedere, dentro di me speravo che ancora una volta la grande fatica si trasformasse in incontenibile piacere. Matteo mi raggiunse con il guadino, il recupero si dimostrò oltremodo difficoltoso, il forte vento aveva accumulato sul filo una discreta quantità di alghe, riuscii a portare il pesce a riva, la carica di adrenalina mi rendeva insensibile alle condizioni avverse in cui mi trovavo. Dovetti indietreggiare togliendomi faticosamente dal fango per molti metri, per portare la carpa all’interno della grande rete, un grosso ciuffo di alghe si era incastrato nella lenza  impedendone il passaggio nell’apicale, la voce di Matteo urlò “piano Ago, mi sembra un bel pesce”. La grossa preda finì all’interno del guadino, sul materassino faceva bella mostra di se, illuminata dalle lampade, una splendida over. La prima cattura nel mitico Der era una magnifica cuoio, il mio entusiasmo e la mia soddisfazione erano smisurati. Anche per il mio compagno arrivò il momento, la canna posata in prossimità dell’erbaio portò a riva una specchi che  presentava una malformazione accentuata, le dimensioni della testa erano in proporzione il doppio del resto del corpo. Il vento rimase a farci compagnia per tutta la giornata, questo ci permise di catturare ancora alcune tinche, che con il sopraggiungere della notte lasciarono il posto ad altre quattro carpe. Ma come sempre accade le cose belle finiscono, nei due giorni successivi le condizioni atmosferiche ideali ci abbandonarono completamente,comunque alcuni altri pesci si fecero trovare. Al termine della nostra sessione, puntualmente arrivò l’amico Patrick che ci fece compilare una scheda con oltre i dati personali quelli relativi alla battuta di pesca. Un’ottima iniziativa, non so se ancora oggi venga applicata, ma sicuramente  permette di avere una aggiornata situazione delle presenze, delle catture, del tipo di attrezzatura impiegata, delle esche usate, un archivio di notizie utili da trasmettere a chi successivamente avrebbe solcato le rive del grande Der. La strada del ritorno ci vide concentrati in un’analisi precisa e accurata di tutto quello che ci successe, i nostri dialoghi rivelavano la grande soddisfazione e di come fossimo ampiamente compiaciuti della nostra prima esperienza in acque francesi.


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