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Pesca sub in acque interne?

Di Aldo Ruggeri pubblicato il 22/10/17

Il mondo della pesca ricreativa e sportiva lotta contro il bracconaggio, si fanno campagne sul catch & release e ci tocca leggere di pesca sub nei nostri laghi?

Questa è la domanda che arriva dalla Priovincia di Mantova e Verona  quando è apparso questo articolo in cui si vede uno splendido luccio italico, che tutti gli appassionati cercano di proteggere come possono, bucato da parte a parte.

Credo che tutti coloro che amano la pesca sportiva esprimano perplessità forti su una attvità sportiva che ha certamente senso in mare ma che appare assai poco convincente in acque interne.

Le campagne di sensibilizzazione verso il catch and release hanno portato a ottimi risultati al punto che nelle giovani leve pescare e rilasciare è una consuitudine oramai consolidata. Nel contempo è attiva una grande guerra contro il bracconaggio che ha devastato le nostre acque e una campagna di moralizzazione che porti la pesca con le reti , lontana da canali e fiumi limitandosi alle sole acque in grado, al momento, di sopportarla.

La pesca subacqua, sebbene sia presente nelle nostre acque interne da anni, appare fuori tema. E ci limitiamo a questo commento


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Commenti

daniele il 08/03/18
di seguito riporto un articolo sulla mortalità dei pesci allamati e rilasciati . purtroppo anche rilasciando il pesce , specialmente nel garda e soprattutto specie come luccio e persico sono destinati a morire comunque detto questo buon divertimento e buona lettura. Hooking mortality of trout Una revisione degli studi scientifici L'alta qualità della rivista americana Fly Fisherman è nota a tutti. Spesso, però, ci troviamo in diffi­coltà per la nostra poca dimestichezza con la lingua inglese. Grazie alla abilità ed interessamento di Marco Sammicheli di "Toscana fauna ittica e pesca ", proponiamo una sua traduzione di un articolo di Patrick Trotter del marzo 1995. Uno degli argomenti maggiormente dibattuti negli ultimi anni in relazione alla gestione della pesca ricreativa riguarda la mortalità da "allamatura", ovvero la mortalità derivante dai danni causati ai pesci catturati e rilasciati. Molti studi scientifici hanno affrontato l'argomento e altrettanto fervido è stato il dibattito fra i pescatori soprattutto nelle realtà più evolute in cui gli studi sono stati realizzati. Per prima cosa occorre analizzare perché la mortalità da allamatura è importante. La risposta sta nelle dinamiche popolazionistiche della fauna ittica. Anche in assenza assoluta di pesca, una sostanziosa percentuale di pesci di taglia prelevabile (elevata) di una popolazione determinata, muore nell'arco di ogni anno. I predatori li catturano, soccombono a malattie, o semplicemente muoiono di vecchiaia. La percentuale varia da una popolazione all'altra, ma per esemplificare consideriamo che questa sia il 50% dei pesci di misura. Essi sono ovviamente rimpiazzati ogni anno da un equivalente reclutamento nella taglia catturabile. Fino approssimativamente alla stessa percentuale, la mortalità di pesca è compensatoria. In altre parole, se la mortalità di pesca è (nel nostro caso ipotetico), significativamente mi­nore del 50%, i pesci di misura catturati dai pescatori sono controbilanciati da un minor numero di pe­sci persi per cause naturali nella stessa stagione e la popolazione si mantiene. Può anche significare che mentre il numero totale dei pesci può non essere maggiore, ci può essere una più alta proporzione di pesci più vecchi e quindi più grandi nella popolazione negli anni successivi. D'altra parte, se la mortalità di pesca raggiunge o supera questa percentuale, essa diviene aggiuntiva alla mortalità natura­le e la popolazione declinerà. L'obiettivo nelle fishery con regolamento di catch and release è evitare che la mortalità di pesca superi questo magico livello di compensazione. Anche se i pesci catturati sono rilasciati dai pescatori, il programma fallirà se questi pesci moriranno più tardi, a causa della esperienza, in numero che si avvicina o supera il livello di mortalità compensa­tiva. Se abbastanza pesci muoiono per essere stati presi all'amo anche quando vengono rilasciate apparen­temente non danneggiati, i programmi di gestione delle risorse ittiche selvatiche mantenuti da regimi di catch and release sono cause perse. Se ricercate tutti i documenti che si possono trovare sul sogget­to, rimarrete sorpresi da quanto tempo i gestori delle fisheries si sono interessati della mortalità da al­lamatura. Non si tratta infatti di un fenomeno legato alla recente crescita di un movimento per il catch and release. Fra i primi studi rintracciabili uno fu condotto sulla brook trout in Michigan e pubblicato nel 1932. Da allora quasi tutte le specie di pesci oggetto di pesca ricreativa delle acque fredde e la maggioranza di quelle delle acque calde sono state studiate. Pesci sia selvatici che di allevamento sono stati studiati in fiumi, laghi, stagni e ambienti marini. Quello che segue è tratto dalla letteratura sui sal­monidi, ma quella sulle specie delle acque calde è altrettanto ampia e giunge alle stesse conclusioni. Tutti gli studi sulla mortalità da allamatura sono costruiti per determinare i danni causati attribuibili al tipo di attrezzatura terminale utilizzata. A questo scopo sono stati testati mosche artificiali, una varietà di esche artificiali da lancio e alcuni tipi di esca naturale, gli ami semplici sono stati comparati con le ancorette, quelli senza ardiglione con quelli con ardiglione e tutti questi casi sono stati applicati su una grande quantità di misure di ami. E' difficile trovare una combinazione che non sia stata analizzata. Ma come sono condotti questi studi? Una grande maggioranza hanno coinvolto gruppi di pescatori a cui era richiesto di catturare pesci in condizioni controllate più o meno rigorosamente, usando solo l'attrezzatura terminale su cui doveva essere condotto il test. I pesci catturati erano poi trattenuti dove potevano essere osservati per determi­nare quanti ne morissero. A volte, per convenienza, i pescatori erano personale addetto alla vigilanza o studenti di conduzione delle fisheries, altre volte venivano reclutati pescatori volontari interessati. Si può ritenere che gli studi migliori siano quelli che coinvolgono pescatori volontari, perché questi svi­luppano un senso di partecipazione e sono meno portati a rifiutare i risultati presentati dagli "esperti". Indipendentemente da chi eserciti la pesca, la regola base dello studio deve assicurare che il livello di esperienza nella manipolazione dei pesci non influenzi i risultati. Ciò è realizzato, per e­sempio, specificando precisamente per quanto tempo il pesce deve essere combattuto o "giostrato" (tempo intercolTente tra l'allamatura e la guadinatura), come deve essere rimosso l'amo, e tutti gli altri dettagli della manipolazione che possono essere standardizzati. Per un maggior controllo sugli effetti della manipolazione, e per misurare gli effetti del trasporto e della confinazione dei pe­sci, un gruppo di controllo di pesci viene usualmente catturato con un metodo non letale o con uno che uccida pochissimi esemplad. Tipicamente usata è l'elettropesca, le reti e le trappole. Questo gruppo di controllo è esposto agli stessi rigori di manipolazione, trasporto e confinamento dei pesci catturati all'amo, accetto logicamente l'essere feriti dall'amo. li numero di morti nel gruppo di con­trollo dà la misura della mortalità dovuta a questi fattori combinati, consentendo ai ricercatori di se­pararli dagli effetti dell'allamatura con un alto grado di affidabì1ità. Tutti i pesci catturati sono mar­cati e quindi posti, il più velocemente possibile, in una qualche ampia recinzione o in tratto di fiume delimitato da barriere non superabili, dove possano recuperare e muoversi ma non scappare o essere predati. Queste aree di staziona­mento sono controllate ad inter­valli regolari, tipicamente una volta al giorno, per tanti giorni quanti il ricercatore decide di continuare l'osservazione. I pesci morti sono raccolti ad ogni con­trollo e catalogati in riferimento al marchio di riconoscimento in­dividuale, al tipo di esca, alla mi­sura dell' amo, e a qualsiasi ele­mento venga valutato e i risultati vengono compilati. Un vantaggio di questo tipo di studio è che tutti i pesci morti possono convenien­temente essere raccolti per l'autopsia, se il ricercatore lo ri­tenga utile, per accertare come l'allamatura ha causato la morte. Alcuni ricercatori sono anche andati oltre: alla fine del periodo di osservazione anche i sopravvissuti sono stati sacrificati per capire dove fossero stati allamati e che tipo di danno avessero ricevuto so­pravvivendo. Nonostante ciò abbia causato il sacrificio di molti pesci per la scienza, ha consentito di ottenere dati di valore, che le comparazioni statistiche sui tipi di attrezzatura da sole non possono of­frire, su cosa accada ai pesci allamati. Ma gli studi sulla mortalità da allamatura del tipo "cattura e osserva" sono soggetti a certe critiche. Per prima cosa i pesci devono essere confinati e lo stress da confinamento può far sovrastimare la mortalità da aIlamatura nonostante il gruppo di controllo. Se­condariamente questo tipo di studio non può dire cosa accade ai pesci catturati e rilasciati più di una volta come sicuramente accade in acque con regolamenti speciali che sopportano una elevata pressio­ne di pesca. Per risolvere questi problemi Dan Schill e Jack Griffith della Idaho State University si unirono a Robert Gresswell dell'U.S. Fish and Wildlife Service per progettare uno studio subacqueo. Questo studio divenne rapidamente famoso fra i sostenitori del catch and release quando apparve nel 1986. Fu questo studio che produsse lo spesso citato risultato che le trote cutthroat nella sezione Buf­falo Ford del fiume Yellowstone (soggetta ad una forte pressione di pesca) sopravvivevano, in me­dia, a nove/dieci esperienze di catch and release durante la stagione di pesca. Schill, Grifith e Gres­swelI si immersero nella sezione Buffalo Ford e in due altre sezioni catch and release a monte di que­sta, ripetutamente nel corso di due intere stagioni di pesca, e semplicemente contarono le carcasse. Si erano ovviamente Il calibrati Il prima dell' apertura della stagione rilasciando carcasse e te stando la loro abilità nellocalizzarli in immersione. Usarono anche queste immersioni anticipate per fare stime della mortalità naturale nel bacino e per stimare la popolazione totale di trote in ogni zona. Schede di rap­porto di pescatori volontari e controlli di carniere permisero la stima di quante trote venivano catturate e rilasciate ogni stagione. I dati acquisiti permisero ai ricercatori di stimare quale percentuale della po­polazione totale di trote cutthroat morisse dopo la cattura e il rilascio da parte dei pescatori, e quale mortalità da cattura singola avrebbe dovuto verificarsi per rendere conto della percentuale totale. Occorre ricordare che questo studio misurava la mortalità da allamatura per mosche artificiali ed esche artificiali da lancio con ami senza ardiglione, visto che questo era richiesto dai regolamenti di pesca nelle finalità dello studio. Altre attrezzature terminale non furono comparate. Queste sono le maggiori conclusioni emerse dai vari studi sulla mortalità da allamatura: I pesci catturati con esche naturali soffrono un più elevato tasso di mortalità da allamatura rispetto a quelli catturati con esche artificiali ("flies and lures"). Tutti i precedenti ricercatori e i critici hanno concordato su questo, nonostante che le percentuali ripor­tate nei singoli studi siano risultate molto variabili. Una analisi dei dati prodotta da Matthew Taylor e Karl White della Utah State University e pubblicata nel 1992 dà i seguenti valori generali per i salmo­nidi stanziali di fiume e di lago: Metodo di allamatura Mortalità Esca naturale 31,4% Esca artificiale da lancio (lure) 4,9% Mosca artificiale (fly) 3,8% Ci sono due principali eccezioni a questa conclusione. Primo: i grandi pesci anadromi come le steelhead adulte, che tipicamente prendono le esche naturali molto delicatamente, non sembra soffrano una alta mortalità da allamatura con esche naturali. Robert Hooten, direttore di un programma di gestione di fisheries per il ministero dell'ambiente della British Columbia riportò nel 1992 che fra le 3715 steelhead raccolte per la riproduzione da pescatori che usa­vano esche naturali su ami con ardiglione, occorsero solo 127 morti ovvero un mero 3,4% di mortali­tà. Hooten riportò anche che nel fiume Keogh (British Columbia), dove la mortalità di pesca sulle ste­elhead era stata studiata con maggior rigore, fu notata una sopravvivenza egualmente alta. Qui su 336 steelhead catturate con varie combinazioni di attrezzature terminali, la percentuale totale della morta­lità da allamatura era stata solo del 5,1 %. In particolare, in questo studio, le esche naturali produssero una più alta mortalità (5,6%) rispetto alle esche artificiali da lancio (3,8%) ma questa piccola differen­za (1,8%) difficilmente può preoccupare. Un altro risultato dello studio sulle steelhead del fiume Ke­ogh fu che la mortalità con ami dotati di ardiglione era maggiore (7,3%) di quella con ami senza ardi­glione (2,9%) sia con esche artificiali da lancio che con esca naturale. L'analisi di Taylor e White sui dati di mortalità da allamatura nei salmonidi non anadromi, rivelò anche una riduzione della mortalità da allamatura per le esche naturali su ami senza ardiglione e questa è la seconda maggiore eccezione di cui sopra. Da una mediocre 33,5% per le esche naturali su ami con ardiglione, la mortalità scende al solo 8,4% per le stesse esche su ami privi di ardiglione. Si tratta di valori comunque più alti di quelli rilevati per le esche artificiali (lures e flies) (4,8% con ardiglione, 2,6% senza), ma che forniscono elementi di ri­flessione. Per esempio è accaduto che nel Minnesota sia stata introdotta una norma per permettere l'uso di esche naturali su ami senza ardiglione nelle ac­que con regime di catch and release. I risultati sulla mortalità da allamatura favoriscono l'uso di mosche artificiali rispetto a quello di esche ar­tificiali da lancio, ma solo di poco. L'analisi di Taylor a White su 18 studi della mortalità da allamatura, includente varie ricerche pubblicate dal 1984, indica che le mosche artificiali sono, anche se di poco, meno pericolose delle esche artificiali da lancio (3,8% contro 4,9% di mortalità da allamatura). Precedenti interventi critici che si riferivano solo a dati pubblicati prima del 1984 indicavano non esserci differenze tra le varie esche artificiali, risultato am­piamente citato dalle agenzie nella definizione dei re­golamenti. I nuovi dati e una nuova, più esatta analisi, mostrano una lieve differenza ma ancora troppo piccola per sol­levare problemi. I valori di mortalità da allamatura sofferta dalle trote dipende dalla specie e dalla storia passata degli individui. Come confermato dall' analisi di Taylor e White la trota fario sopravvive meglio alle espe­rienze di catch and release con esche naturali (mortalità del 14,5%), seguita dalla trota brook (30,3%), dalla trota iridea(41%) e dalla trota cutthroat(50%). Per le esche artificiali (lures eflies) la trota fario è ancora la più resistente (mortalità dell' 1 %), seguita dalle trote cutthroat e brook (rispettivamente 3,4% e 3,5%) e dalla trota iridea (6,9%). Le trote provenienti da allevamenti soprav­vivono approssimativamente il doppio delle volte agli incontri con le esche naturali rispetto ai pesci selvatici (mortalità pesci da allevamento 22,95% , pesci selvatici 43,6% considerando insieme le va­rie specie), e reagiscono leggermente meglio anche con esche artificiali (mortalità pesci da alleva­mento 3,8%, pesci selvatici 5,1 %). Ma Taylor e White richiamano alla cautela nell'accettare questi risultati a causa del modo in cui gli studi sulla mortalità da allamatura sono tipicamente condotti. I pesci selvatici sono normalmente posti in aree di stazionamento nel fiume o nel lago, ma probabil­mente non ritornano velocemente a nutrirsi. TI pesci di allevamento invece ritrovano nell'area di sta­zionamento le condizioni in cui sono stati allevati e probabilmente si adattano rapidamente al regime alimentare. La segregazione dei pesci selvatici e l'ambiente alterato delle aree di stazionamento può avere incrementato per essi i valori di mortalità. I pesci catturati con ami senza ardiglione soffrono una minore mortalità di pesca rispetto a quelli cat­ turati su ami con ardiglione. Per una decade il giudizio convenzionale è stato che non ci fosse diffe­renza nella mortalità da allamatura fra ami con e senza ardiglione. Ciò era basato principalmente sui risultati di tre studi che erano giunti a questa conclusione: quello di Don Hunsaker e colleghi sulle trote cutthroat del lago Yellowstone, pubblicato nel 1970; quello di M.R.Falk e collaboratori sulle trote di lago in Canada, pubblicato nel 1974; quello di Thurston Dotson sulle trote cutthroat di Yello­wstone in Montana, pubblicato nel 1982. In questi studi furono usate solo esche artificiali da lancio e mosche artificiali, e, come abbiamo vi­sto, i valori di mortalità totale sono bassi in entrambi i casi rendendo le differenze tra loro difficili da individuare. Quando Taylor e White analizzarono una maggior quantità di dati sulla mortalità da alla­matura per entrambi i tipi di esche artificiali, scoprirono differenze significative: 2,6% di mortalitàper le esche artificiali con ami senza ardiglione, contro il 4,8% con ardiglione (quasi il doppio). Ciòpuò essere troppo poco per influenzare la politica ma è comunque significativo. Se ci si preoccupa della riduzione della mortalità si deve concludere che gli ami senza ardiglione sono sempre i miglio­ri. Perché allora tante diffidenze sugli ami senza ardiglione? Probabilmente tutto ha inizio con le con­versazioni di corridoio al Terzo Simposio sulle Trote Selvatiche tenuto nel 1984 al Parco Nazionale di Yellowstone. J ohn Deinstadt, biologo del California Department of Fish and Game, sottolineò che i pescatori del suo distretto riportavano che gli ami senza ardiglione penetravano negli organi vitali più facilmente di quelli con l'ardiglione, producendo il così detto "effetto stiletto". Si temeva che ciò stesse producendo una mortalità più alta degli ami con ardiglione. Questa discussione fu riportata sulla stampa di pesca e l'argomento non è mai stato abbandonato. Per dare prospettiva alla questione dell"'effetto stiletto", lo stesso John Deinstadt ha ammesso che dopo l'agitazione iniziale nel 1984, non ha più ricevuto altre notizie di tale fenomeno. Se si fosse trattato di un elemento realmente significante per la mortalità da allamatura, avrebbe do­vuto comparire nelle minuziose analisi dei dati che sono state fatte successivamente, ma ciò non èaccaduto. L'effetto in realtà è opposto e dunque l'l'effetto stiletto" può essere trattato come un mito Dopo questa conclusione può sembrare che la discussione deb­ba perdere di interesse ma invece ci sono ancora ar­gomenti interessanti da considerare. Per esempio singoli studi hanno riportato che ami di misura maggiore sono portati a produrre una mortalità mi­nore di ami più piccoli, e che gli ancorotti risultano meno dannosi degli ami singoli. Niente di questo è confermato quando venga analizzata una maggior quantità di dati inclu­denti ricerche più recenti. Taylor e White non scoprirono relazioni significative tra mortalità da allamatura e misura degli ami o numero delle punte dell'amo. Anche l'effetto della temperatura, indicato come significativo nei pri­mi studi, decade nell' analisi di Taylor e White. Essi comunque trovarono una significativa relazione tra mortalità da allamatura e lunghezza del pesce: più lungo il pesce maggiore la mortalità, ma sugge­rirono cautela nella osservazione di questo risultato perché esso risultava influenzato da un numero relativamente basso di osservazioni autorevoli e poteva quindi risultare non bilanciato. Occorre considerare anche l'effetto stress sui pesci. Per più di una decade è prevalsa la nozione che "giostrando" un pesce allamato fino a renderlo esausto per poi manipolarlo e rilasciarlo può provo­carne la morte soprattutto se si tratti di un pesce di taglia elevata. La relazione tra la mortalità di pe­sca e la lunghezza del pesce, se vera, sembrerebbe sostenere questo punto di vista. Molti pescatori credono ciò tanto vero da usare solo le attrezzature terminali più resistenti, forzando i pesci allamati nel guadino per un rilascio quanto più possibile veloce. Non è possibile però dire se ciò sia realmente necessario. " Giostrare" il pesce. Al simposio sulla pesca catch and release tenuto si nel 1977 alla Humboldt State University (Arcata, California), RS. Wydowski recensì la letteratura sulle risposte fisiologiche alla allamatura ed alla manipolazione. Non molto è cambiato da allora. La chimica del sangue dei pesci cambia in modo ben determinato e la crescita di sostanze chimiche legata allo stress e all'affaticamento, come l'acido lattico, si verifica con sicurezza. A volte occorrono diversi giorni perché questi fattori tornino su va­lori normali. Ma Wydowski definì questi effetti "subletali" perché c'è poca evidenza diretta per so­stenere l'opinione che essi causino la morte del pesce. In effetti nel 1970 i biologi Leo Marnell e Don Hunsaker testarono la teoria dello stress direttamente sulle trote cutthroat selvatiche del lago Yello­wstone. Tutta la pesca fu fatta con piccole esche artificiali da lancio armate di ancorette. Alcuni gruppi di pesci furono recuperati immediatamente, altri giostrati per cinque minuti esatti, altri ancora per dieci. I pesci nei gruppi di controllo furono forzati a nuotare per tutto il periodo di riferi­mento, condotti vigorosamente in giro con la canna da pesca. Le trote furono così "giostrate" fino, e ben oltre, il livello di esaurimento totale e dopo essere state raccolte vennero mantenute vive in vasca per dieci giorni. I ricercatori scoprirono che la mortalità era solo di circa il 5% per ogni gruppo e non c'era differenza significativa tra i gruppi. In altre parole i pesci giostrati per dieci minuti reagivano bene come quelli giostrati cinque minuti ed entrambi questi gruppi reagivano altrettanto bene di quel­lo i cui pesci non erano stati giostrati affatto. L'opinione che le variazioni fisiologiche siano un im­portante fattore di mortalità da allamatura risale a RRParker e E.c.Black che pubblicarono nel 1959 uno studio su salmoni Chinook catturati a traina. Questi ricercatori affermarono che un severo esaurimento di energie causava mortalità ritardata in tali pesci e suggerirono anche che la fatica può indurre altre forme di stress come attacchi di organi­smi patogeni che possono uccidere il pesce più tardi. In modo ancor più allarmante Gerry Bouch e Robert Ball riportarono nel 1966 una mortalità dell' 87% in un gruppo di trote iridee provenienti da allevamento, allamate con esche artificiali da lancio. La maggior parte di morti avvenne nel terzo giorno dopo il rilascio e si pensava fossero causate dalla coagulazione del sangue. Ma quando i bio­logi del Colorado D.L.Horak e W.D.Klein cercarono di ripetere l'esperimento di Bouch e Balll'anno seguente, utilizzando anche loro trote iridee, ebbero meno dell'8% di mortalità nei dieci giorni di os­servazione. In un test successivo pubblicato nel 1982 Thurston Dotson riportò che trote cutthroat di allevamento allamate e giostrate fino a che non potessero più mantenere il loro equilibrio in acqua, subivano meno del 7% di mortalità in un periodo di osservazione di trenta giorni. Se non lo stress, allora cosa uccide i pesci che muoiono dopo il rilascio? Dalle evidenze attualmente disponibili la maggiore causa di mortalità da allamatura è la stessa ferita da amo. Vari studi hanno affrontato il problema della ferita da amo e di come la mortalità è correlata al punto di allamatura. Paul Mon­gillo analizzò quattro studi antecedenti al 1984. L'esofago e le branchie sono chiaramente i punti potenzialmente più letali per l'allamatura con una mortalità di circa il 57%. Anche occhi e lingua possono essere zone critiche con mortalità in circa il 23% dei casi. L'allamatura in bocca o sulle "labbra" produce invece mortalità di circa il 10%. Mongil­lo usò i risultati di questi studi anche per calcolare la propensione di particolari attrezzature terminali ad allamare i pesci in punti critici. Ne risultò che gli ami innescati con vermi (utilizzati in tutti gli stu­di) penetravano in esofago, branchie, occhi o lingua dei pesci in ben il 50% dei casi, mentre le esche artificiali da lancio e le mosche artificiali allamavano le zone critiche in meno del 10% dei casi. Tutto questo spiega bene i risultati sulla mortalità da allamatura ma è un po' troppo rassicurante: non spiega infatti i bassi valori di mortalità con gli ami senza ardiglione innescati con esche naturali (in tutti gli studi considerati da Mongillo venivano usati ami con ardiglione). Non si capisce perché una trota deb­ba prendere un amo con ardiglione ed esca naturale diversamente da uno senza ardiglione anche esso con esca naturale. Non spiega neanche alcune delle differenze riscontrate da Taylor e White tra esche artificiali con o senza ardiglione. Si può sospettare che la risposta stia in come venga estratto un amo con ardiglione e nel danno causato dall'ardiglione nell'estrazione, ma probabilmente sono necessari più dati e una nuova sofisticata analisi per risolvere questi problemi. Allamatura profonda. Parlando di pesci che prendano l'amo profondamente, gli studi mostrano che è vera la vecchia ammo­nizione di recidere il finale e lasciare l'amo nel pesce. Prendere un amo è comunque un serio proble­ma per il pesce ma le sue possibilità di sopravvivenza sono approssimativamente triplicate se l'amo resta nella bocca. In uno studio condotto nel 1976 da J.Mason e RL.Hunt, si scoprì che circa il 95% di trote iridee allamate profondamente morivano dopo la slamatura. Questo valore scendeva a poco più del 30% nel caso che l'amo fosse lasciato nel pesce. P.J.Hulbert e REngstrom Heg riportarono risulta­ti simili per la trotafario in una ricerca pubblicata nel 1980. La mortalità totale risultò, nel loro lavoro, minore: solo il 60% di pesci morì dopo la slamatura e solo il 20% quando l'amo fu lasciato dentro. Cosa ne è dell'amo? Evidentemente si dissolve o si libera e passa senza danni attraverso il pesce. Hul­bert e Hengstrom Heg riportarono che i pesci che sopravvivevano con l'amo dentro potevano alimen­tarsi e crescere normalmente, e quando venivano uccisi per l'autopsia due o tre mesi dopo, molti degli ami erano spariti. Per i pesci che moriranno dal trauma di una esperienza di catch and release, quanto tempo può passare prima che la morte si verifichi? La grande maggioranza di essi soccombe nelle prime 24 ore e quasi tutti i restanti nelle successive 24. Molto pochi fra quelli feriti meno gravemente possono morire dopo una settimana o dieci giorni, ma il loro numero è estremamente basso. Infine occorre accennare al sanguinamento. Sorprendentemente gli studi sull'argomento sono rari. Fra questi una ricerca di Wamer e Johnson pubblicata nel 1978 in cui vengono forniti alcuni dati sul sanguinamento. In essa si riporta che l' 86% dei pesci sanguinanti erano morti cosa che rafforza un vec­chio adagio: se il pesce che avete in mano sanguina, non importa dove o come sia stato allamato, ci sono grandi probabilità che sia un pesce morto. Patrick Trotter


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