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Pesca professionale in acque interne

Di Roberto Ripamonti pubblicato il 26/12/17

Quella che è considerata una tradizione in alcune parti del Paese è in realtà una pratica che non trova praticamente più alcun riscontro nel resto dell’Europa; la pesca professionale è infatti una tipicità italiana frutto di un immobilismo nell’ambito dell’utilizzo ad impatto zero dell’ambiente per creare indotto economico anche in aree dove esso è difficile da creare.

In Italia la pesca professionale in acque interne praticata in tutti i laghi sub-alpini, il PO e qualche suo affluente, l’areale Padano, nei laghi vulcanici e nei bacini idroelettrici sub-appenninici.

La mostra attenzione si concentra su queste seconde tipologie di acque ed in particolare in TUTTI i bacini idroelettrici, tutti i canali  e fiumi dove vi è una assoluta incompatibilità tra pesca professionale e pesca ricreativo/sportiva.

Il punto di discontinuità è dato dalla NON sostenibilità della pesca con le reti  perché il prelievo operato in poche ore di rete distrugge centinaia di esemplari la cui successiva destinazione è raramente l’alimentazione quanto invece, la creazione di mangimi animali oppure, il traffico illegale di pesce dirottato verso laghi a pagamento.

Parti deviate della pesca professionale, ovvero licenze di pesca professionale concesse senza controlli sui richiedenti, ha costruito alleanze con l’industria della pesca illegale di stampo industriale che stiamo combattendo attraverso decreti e articoli di legge mirati. 

Fermare questa pesca professionale deviata, significa assestare un duro colpo anche al bracconaggio.

Gli studi condotti dall’IGFA (International Game Fish Association) che è il referente mondiale nel settore così come quelli condotti da agenzie di ricerca autonome dimostrano in modo universalmente accettato che la pesca sportiva produce un indotto economico superiore di 9 volte a quello della pesca professionale poiché si basa sul concetto di “impatto zero” sulle risorse ittiche.

L’indotto economico della pesca sportiva che in Italia è praticata da circa 1.5 milioni di appassionati (3 canali televisivi, una decina di riviste del settore ed attività agonistiche essendo all’interno del CONI mediante la Fipsas), parte del semplice accessorista di base (500 milioni secondo la fonte FIOPS ). 

Basta pensare al solo canale di Ostellato che fino a pochi anni fa raggruppava ogni anno, una media  di 100 mila appassionati per le gare che settimanalmente si svolgevano lungo le sponde e che con l’avvento congiunto delle reti illegali e legali ha visto praticamente sparire questa straordinaria forma di turismo.

Questo valore non considera barche, spostamenti, motori, motori elettrici, affitti, ristorazione, alberghi che portano l’indotto complessivo a oltre 2 miliardi di euro.

In molti bacini la pesca professionale è gestita da gruppi di 2-3 persone poste in Cooperative che controllano le sponde, impediscono in molti casi la pratica della pesca sportiva e sottraggono centinaia di esemplari di fatti allontanando gli appassionati e mettendoli in condizione di non tornare più. 

Abbiamo registrato decine di casi di violenze di questo tipo con il recente caso del lago del Salto con due azioni predatorie operate da 2 presunti professionisti muniti di licenza che hanno sottratto migliaia di esemplari dapprima di luccio (Esox Lucius) a gennaio durante il periodo della riproduzione, chiudendo le anse in cui questi pesci (alcuni dei quali di dimensioni enormi) e quindi a Marzo nei confronti di centinaia di carpe, usando a stessa tecnica.

Entrambe queste specie sono invece oggetto di pesca sostenibile, altamente specialistica che prevede un religioso rispetto delle tecniche di rilascio al fine di preservare gli esemplari.

Si tratta del carpfishing e del pike fishing, movimenti di decine di migliaia di appassionati che spendono cifre importanti per praticare questo tecniche secondo stili di pesca comuni in tutt’Europa (dove è impensabile considerarle come alimenti questi pesci di alto valore "sportivo").

Queste operazioni di distruzione sistematica degli stock ittici, sono invece avvenute in pieno giorno anche a scherno di coloro che erano sulle sponde.

Nello stesso lago del Salto circa dieci anni fa , grazie all’ordinanza della Provincia venne proibita la pesca professionale con il risultato di vedere ritornare sulle sponde decine di appassionati con formidabile riscontro per le attività commerciali locali oramai ridotte a rimanere attive solo durante i fine settimane ed invece finalmente riaperte tutti i giorni.

Una successiva sentenza sospensiva del TAR dopo circa 2 anni riammise le reti con il ritorno all’oscurantismo che rende quella vallata piuttosto desolata.

Il migliore sistema di gestione di questi bacini è quella della eventuale riconversione verso attività che invece sono ordinarie in Europa ovvero la creazione di Centri di Pesca sportiva quindi guide di pesca esattamente come sta avvenendo con risultati molto positivi nel vicino lago del Turano.

Una simile attività non priverebbe i professionisti (poche decine di unità) di risorse economiche e garatirebbe un controllo attivo degli ambienti contro le operazioni di bracconaggio industriale a cui sono soggette le nostre acque.

Gli obbiettiv; 

  • proibire la pesca professionale nei bacini idoloettrici e in tutte le acque in cui questa non è compatibile con il concetto di Impatto Zero.
  • salvaguardare la pesca sportivo ricreativa e l’indotto che genera (aziende e relativi posti di lavoro)
  • creare un nuovo indotto economico per aree geografiche particolarmente depresse
  • bloccare la cooperazione tra bracconaggio e elementi minuti di licenze professionali
  • bloccare progressivamente la concessione di nuove licenze professionali
  • considerare l'utilizzo di ammortizzatori sociali in talune aree di particolare pregio.

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