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Nella giungla!

Di Emiliano Gabrielli pubblicato il 17/06/12

Inzia la collaborazione con la rivista Mondo Carpa. In questo primo

appuntamento, che sarà diviso in due parti, Emiliano Gabrielli parla della tecnica di pesca negli erbai

Lo sviluppo della vegetazione acquatica, macroalghe e piante acquatiche, oltre a fattori antropici (inquinamento e successiva eutrofizzazione) è legato a doppio nodo con il sole. E la ragione è quasi banale, roba da quinta elementare: la fotosintesi dipende dalla penetrazione dei raggi solari in acqua. Non è un caso, infatti, che i laghi con maggiore quantità di vegetazione di varia natura siano quelli vulcanici: la sabbia ha un alto peso specifico e difficilmente rimane in sospensione, favorendo così la trasparenza dell’acqua e, di conseguenza, facilitando la penetrazione dei raggi solari. Questo è vero fino a una certa profondità: oltre i 10-12 metri, infatti, difficilmente i raggi solari alimentano questi sistemi biologici. Lo stesso ragionamento vale anche per laghi di altra natura (si pensi ad alcune cave - specie se di ghiaia - del centro e del nord Italia, dove la trasparenza delle acque e il fondale spesso non profondo favoriscono un ottimo sviluppo della vegetazione acquatica) e anche per i fiumi.

Con il freddo niente piante

Ovviamente, la crescita e il proliferare della vegetazione acquatica va di pari passo con il susseguirsi delle stagioni. La penetrazione dei raggi solari (e quindi anche la temperatura dell’acqua) diventa meno forte dall’autunno fino all’inverno, perché i raggi sono più obliqui e riscaldano in maniera meno efficiente il nostro emisfero. I sistemi fotosintetici subiscono un drastico rallentamento, fino a fermarsi durante l’inverno, per poi riprendere di pari passo con l’avanzare della primavera ed esplodere nei mesi estivi. Proprio come le piante terrestri, in inverno la vegetazione acquatica non prolifera, anzi: i fusti muoiono, proprio come avviene per l’erba di un prato, specie nei posti dove il freddo è intenso e l’inverno piuttosto lungo. In assoluto, a fine febbraio-inizio marzo la concentrazione di macroalghe e piante è a livelli minimi e in tanti specchi d’acqua è addirittura nulla (una prova di questo fenomeno è l’accumulo sulle sponde di ammassi di macroalghe e piante morte).

È comprensibile che in molti bacini di grande estensione, dove la massa d’acqua è enorme, l’inverno non porta mai la temperatura dell’acqua sotto i 9-10 gradi, per cui è più che probabile trovare praterie di macroalghe e piante meno floride ma comunque vive. Fino all’arrivo della primavera che, si sa, è una stagione che scombussola un po’ tutto quello che vive sulla terra, sopra e sotto l’acqua, dai carpisti alle carpe fino ai sistemi fotosintetici. I raggi solari penetrano più a fondo e più intensamente nell’acqua e il “motore” vegetale riprende a pieni giri. L’accrescimento di piante e macroalghe è esponenziale e raggiunge il picco a settembre, mese in cui la vegetazione acquatica è più rigogliosa. Questa premessa potrà sembrare noiosa ma è indispensabile per capire con cosa abbiamo a che fare.

Le macroalghe e le piante sono in molti casi la vera ragione per cui in molti luoghi le carpe raggiungono grandi dimensioni, e solo contando sul cibo naturale che le “foreste” subacquee offrono loro. Queste “verdi amiche del carpista”, dunque, sono la ragione di molti suoi successi e record ma, ovviamente, solo quando sarà in grado di pescare lì dove crescono rigogliose.

 

Vegetazione uguale carpe

Noi tutti attribuiamo la riduzione dell’attività delle carpe nel periodo invernale e nella prima primavera ai bassi livelli della temperatura dell’acqua. Questo è certo vero, ma non solo per l’influenza sull’attività metabolica dei pesci: nella maggioranza dei casi il freddo influisce sui cicli biologici che le basse temperature interrompono e sui quali si basa l’alimentazione dei pesci. La vegetazione acquatica, infatti, è la dimora di centinaia di esseri viventi che qui trovano l’ambiente giusto per proliferare e riparo dalle fauci di chi se ne ciba.

Ciò vale per chironomidi (o chironomi), micro e macro invertebrati, chiocciole acquatiche, gamberi, il noto ver de vase e le larve di quasi tutti gli insetti acquatici. Non è quindi difficile intuire che il ciclo biologico di questi esseri viventi è legato strettamente a quello della vegetazione acquatica: se quest’ultima diminuisce drasticamente durante l’inverno, lo stesso accade per la catena trofica ad essa legata.

Questa infinita quantità di cibo che dimora nella fitta coltre vegetale in molte acque è la vera e prima ragione dell’accrescimento delle carpe. In più, tra le macroalghe e le piante si nascondo i predatori che riescono a garantirsi un numero più alto di attacchi portati a buon fine, selezionando la popolazione di grufolatori (selezione naturale, per intendersi: la popolazione di carpe si fortifica e non aumenta eccessivamente di numero).

E se le carpe sono in giusta proporzione rispetto allo spazio e al cibo a disposizione è naturale che crescano più velocemente e in salute.

Dura prova per l’angler Il carp fishing richiede anni di applicazione per potersi dichiarare un buon pescatore: mix, finali, strategie, attrezzature dedicate. L’insieme di tutto questo, però, non ha confronti con le difficoltà che si incontrano quando si pesca tra la vegetazione acquatica, la vera prova del nove per un carpista che si rispetti. Grandi alleate, macroalghe e piante possono rivelarsi selezionatrici spietate di carpisti. Quello che abbiamo elencato (realizzazione di esche, finali, calamenti) può essere appreso da molti di noi e poi applicato a una vasta gamma di situazioni spesso simili, nei laghi, nei canali e nei fiumi. Ma solo la pesca tra le alghe richiede conoscenze particolari, ad hoc per una situazione particolare e diversa da tutte le altre.

 

Treccia in bobina e come shock

Pur non avendo natura abrasiva, come rocce o tronchi, le macroalghe e le piante creano molti problemi: nel tempo la nostra lenza tende a sprofondarvici dentro, impantanata in una “trappola” di decine e decine di metri; le carpe, da par loro, vedono nella vegetazione una via di salvezza, cercandola insistentemente una volta allamate; in più, presentare correttamente l’esca su un tappeto verde e intricato è cosa tutt’altro che semplice. Al primo problema si può ovviare utilizzando ci permetterà, con piccoli colpi impressi con la canna, di tagliare le alghe che ricoprono la madre a mano a mano che ci si avvicina al pesce (cosa impossibile con un nylon).

Anche uno shock in treccia diventa un valido aiuto: oltre a permettere di tagliare la vegetazione, diventerà l’arma vincente quando si è costretti a forzare il pesce per staccarlo dal fondo dove le distese di vegetazione lo richiamano a gran voce. Se una carpa è riuscita a percorrere per metri uno dei tunnel tra la vegetazione, sarà difficile ottenere risultati pompando con forza la canna, anzi: si rischia di rompere l’attrezzo.

La cosa migliore è prendere la lenza fra le mani quando il pesce è sotto la barca (in questo caso si utilizza lo shock, che dovrebbe essere lungo almeno 20 metri) e tirare lentamente, molto lentamente: spesso, se ben allamata, la carpa cederà, uscendo dal suo rifugio. Dopo le prime testate, che dicono che il pesce è di nuovo in contatto diretto, basterà riprendere la canna e iniziare un combattimento classico. Meglio ancora se si scelgono piombi a perdere o addirittura sassi, così da evitare incagli. Tuttavia, se proprio non si vuole rinunciare all’in-line, sarebbe meglio optare per zavorre affusolate che scorrano nella selva subacquea senza impigliarsi.

 

Sacchetto “apripista”

Il capitolo finali è altrettanto importante. Premettendo che la strategia migliore è calare nei buchi fra la vegetazione, dove il terminale (che sceglieremo in base alle tradizionali doti di allamata) può funzionare a dovere, non è detto che sia sempre possibile farlo. A volte, infatti, si è costretti a posizionare l’esca proprio sul tappeto di macroalghe, ovviamente nei punti dove è basso e meno fitto. In questo ultimo caso il massimo sarebbe usare finali morbidi e lunghi (anche 30-40 centimetri), che si adagino sugli strati di macroalghe seguendone il profilo e rimanendo in pesca nel modo migliore.

Ad aiutare il carpista in questi casi ci sono le esche pop-up che terranno l’esca sopra lo strato di vegetazione evitando che sprofondi. In questi casi è meglio un finale magari troppo lungo, meno efficiente ma che lascerà la nostra esca galleggiante in pesca sul manto erboso, che un finale corto che potrebbe sprofondare rendendo così completamente inefficace qualsiasi esca. E ancora: un’ottima intuizione è inserire l’intero finale in un sacchetto Pva pieno di pastura. Anche se cadrà su uno strato di vegetazione creerà una piccola nicchia per il finale. Sciolto il Pva, infatti, la pastura “terrà lontani” i filamenti e schiaccerà la vegetazione.

Grufolando e aspirando nel piccolo letto di pastura, la carpa incontrerà anche la nostra esca. E il nostro finale funzionerà in maniera perfetta. Se non si ama questa soluzione, ma vorremo esser certi allo stesso modo che l’amo non si agganci in qualche macroalga filamentosa che si alza verso la superficie, basterà coprire la punta del nostro amo con una spugnetta di foam: farà adagiare lentamente l’esca sul fondo (perché la controbilancia) e, salendo in superficie dopo essersi staccato, indicherà il punto preciso dove pasturare.


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Commenti

Roberto Ripamonti il 26/06/12
Caro Guido, questo articolo è stato messo su carta e lo sapevamo bene tutti....E' infatti stato pubblicato su Mondo Carpa che è nostra partner da cui abbiamo tratto una parte.


Marcucci Paolo il 24/06/12
Cé una cosa che mi sembra non sia stata detta, se non si ha la barca e si pesca da riva come fare se la carpa entra nell´erba? Io di queste situazione ne ho affrontate molte ed ho fatto sempre il seguente,con la canna in mano o appogiata riapro il baitrunner e apro la frizione del mulinello ed aspetto che la carpa si muova da sola che si faccia sapzio nell´erba per poi riprendere a tirarla fuori, lasciate che sia la carpa che si disintrichi dall´erba aspettate qualche minuto e se é ancora allamata si fará spazio da sola. Quando l´articolo é stato scritto é stato scritto, non tutti giá l´avevano letto ed io ero uno di questi.


Guido il 18/06/12
peccato questo sia un articolo uscito gia anno scorso se non erro la data,ma ho la certezza che è gia stato messo su carta,quindi non mi sembra buona come partenza....senza offesa per nessuno ci mancherebbe.


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