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Narducci: Punto di non ritorno

Di Mario Narducci pubblicato il 21/06/12

 Un caro saluto a tutti.

La notizia di cui stiamo discutendo circa un accordo fra Regione Lombardia, Province di Como, Varese, Lecco, Sondrio e l'A.N.A.P.I (Associazione Nazionale Autonoma Piccoli Imprenditori della pesca), SOGEMI Spa (società di gestione del mercato del pesce di Milano) alla presenza del Consolato Rumeno e del Ministero delle Politiche Agricole volto a consentire la commercializzazione di siluro, gardon e carassio catturati in un ben preciso distretto dei Grandi Laghi Prealpini nazionali e del Ticino ci ha colpito come un fulmine a ciel sereno.

Insieme al Direttivo di Spinning Club Italia (SCI) ne stiamo seguendo gli sviluppi sforzandoci di valutarne il più possibile con oggettività le eventuali conseguenze positive (possibilità di utilizzo di quantità di pescato altrimenti distrutte, minore pressione predatoria nei confronti di specie autoctone) e negative (apertura di un business che comunque rischia di estendersi in maniera fraudolenta a stock ittici di altra provenienza geografica e replicarsi in altri contesti ambientali dove potrebbe sortire effetti negativi maggiori). Il confronto sui pro e contro dell’iniziativa -come si vede anche dai precedenti interventi- si è fatto rovente, tuttavia in questa sede desidero spostare la nostra attenzione su un aspetto sostanziale non abbastanza sottolineato della vicenda, aspetto oltretutto di valore generale in quanto verificatosi in tantissime analoghe occasioni.

Parto da una constatazione semplice e sotto gli occhi di ciascuno: per prendere una decisione rilevante inerente la gestione dell’ittiofauna di ambienti vasti e importanti una lunga serie di amministratori dal livello locale al nazionale hanno ritenuto che bastasse confrontarsi con gli operatori professionali del settore (in questo caso pescatori di mestiere e commercianti) senza in un certo qual modo sentirsi in obbligo di coinvolgere le rappresentanze dei pescatori sportivi e ricreativi.

Se vi fermate anche solo un attimo a rifletterci sopra vi accorgerete subito di come si tratti di una dinamica purtroppo consueta ad esempio nella gestione delle captazioni idriche, nella recente costruzione delle centraline idroelettriche sui torrenti, nella regolazione dei livelli e nella modalità degli svasi dei bacini artificiali o nelle asciutte dei canali, nella manutenzione delle sponde e così via in tante altre situazioni concrete. Evidentemente ancora oggi molte persone, pur magari rivestendo ruoli istituzionali, in fondo esercitando un giudizio che dovrebbe essere stato superato dalla storia, in maniera più o meno consapevole ritengono gli ecosistemi acquatici come un bene circa inesauribile e di nessuno su cui è ragionevole prendere decisioni a favore di singoli gruppi di interesse senza troppe riflessioni.

Diventa allora abbastanza logico che di fronte al lavoro di alcuni e al guadagno di altri le esigenze dei pescatori per “diletto” essendo per definizione voluttuarie acquistino poco o nessun peso.

Ma le cose non stanno così: gli habitat naturali acquatici e gli esseri viventi che li abitano sono un bene dell’intera comunità e non solo di chi riesce in un modo o nell’altro a impossessarsene e pertanto vanno usati badando in primo luogo a tutelarli e mantenerli per l’attuale e le future generazioni. In questo alla fine consiste il ruolo di Sentinella Ambientale che il pescatore può –se ne è consapevole e lo vuole- esercitare nei confronti del mondo delle acque, ponendo la sua conoscenza dell’ambiente a favore dell’intera società, scoprendo in tal caso alleanze davvero “ardite” e impensabili fino a poco tempo fa come ad esempio quella con gli ambientalisti non ideologici. Che non siano discorsi illusori lo dimostra l’esperienza degli ultimi quindici anni dello SCI che ha portato come noto alla firma nel gennaio 2011 di un documento d’intesa col WWF nazionale, dettagliato nell’aprile successivo da una specifica di contenuti tecnici elaborata col supporto di cinque ittiologi di competenza indiscussa. Naturalmente la maturazione della consapevolezza di doversi occupare della conservazione degli ambienti acquatici e della relativa ittiofauna se si desiderava mantenere la qualità e il valore dell’esperienza della pesca non è per fortuna patrimonio esclusivo dello SCI e anzi si tratta di un processo culturale ampio e diffuso che tocca tutte le associazioni alieutiche.

Da questo ritrovarsi sul medesimo cammino nasce –io dico felicemente- l’intesa di quelle che abbiamo voluto definire Discipline di Pesca Ecosostenibile (DPE) firmata a Ferrara il 19 maggio u.s. dopo mesi di confronto e discussione. Mi piace qui ricordarne i punti salienti perché ne siano chiare le cristalline finalità.

Le DPE dunque decidono di coordinarsi sui territori per: il recupero di ambienti e fauna ittica attraverso lo sviluppo di specifici progetti, l’ammodernamento delle leggi e dei regolamenti della pesca, un’azione culturale che diffonda il ruolo del pescatore Sentinella Ambientale, collaborando con le associazioni storiche della pesca italiana e ogni altro soggetto interessato alle medesime finalità (vedi ambientalisti). Che si sia trattato di un accordo storico e assolutamente inedito nel panorama nazionale è fatto innegabile al punto che fra gli altri alla firma del documento ha voluto essere presente la stessa Fipsas nella persona del suo Presidente nazionale, Claudio Matteoli, il quale, nel manifestare disponibilità a sostenere azioni comuni concrete, ha espresso un sagace e vissuto giudizio: “Se i pescatori sapranno finalmente esprimere uniti le proprie richieste, agli amministratori risulterà difficile non accettarle!”. In tutti noi che eravamo presenti quel giorno è forte la consapevolezza di non trovarci di fronte a un pacificante punto di arrivo quanto alla partenza di un percorso non certo agevole e privo di difficoltà, non ultima quella legata alle diversità di storia e visione maturate nel tempo dalle varie associazioni.

Eppure anche tali differenze, in apparenza di ostacolo, possono trasformarsi in ricchezza e migliore capacità di affronto della realtà concreta, a patto di non lasciarsi scandalizzare dalla loro presenza. Esse riguardano in realtà aspetti particolari su cui è comprensibile possedere indirizzi non coincidenti, mentre sulla sostanza dell’accordo abbiamo toccato con mano l’esistenza di un assenso di fondo che rappresenta ormai un punto di non ritorno. Non credo infatti di esagerare se affermo che nulla potrà essere come prima dopo quel giorno in cui ci siamo accorti di guardare tutti nella medesima direzione e avere a cuore analoghe finalità.

Ormai è palese -come del resto è sempre stato- che all’interno del modo della pesca le differenze vere non passano attraverso il possesso della tessera di un gruppo bensì dal contenuto del cuore di ciascuno e cioè se teniamo di più al nostro piccolo particolare o al bene comune. Se prevarrà la prima posizione dovremo per forza di cose rassegnarci al declino costante e inevitabile che da tempo affligge la pesca italiana, nell’altro caso possiamo aprirci a una ragionevole speranza.

A tale proposito in questa sede dedicata al carp-fishing mi corre l’obbligo di esprimere un pubblico riconoscimento ad Agostino Zurma per essere stato il primo fra noi a intuire e chiedere con forza la costruzione comune che ha portato all’accordo delle DPE, che senza di lui forse non avremmo nemmeno pensato. Fatte queste doverose precisazioni ora la decisione su quale atteggiamento tenere passa alla libertà di ciascun pescatore/lettore chiamato alla scelta se chiudersi in un passato di recriminazione e crisi o aprirsi al nuovo che avanza.

Ringrazio Mattei che lanciando la discussione mi ha dato modo di raccontare la mia –e spero adesso nostra- storia e lo prego in anticipo di scusarmi se non risponderò a possibili sue o altrui repliche perché –credetemi- non ho tempo per seguire eventuali polemiche. Ringrazio Roberto Ripamonti per avermi gentilmente ospitato. Mi scuso infine con i lettori per la lunghezza dello scritto ma l’importanza dell’argomento lo ha reso necessario.

Mario Narducci Presidente nazionale Spinning Club Italia

PS: Per non dare la falsa impressione di sottrarmi all’affronto del problema concreto di cui si discute accenno brevemente a cosa si potrebbe fare in maniera la più possibile unitaria (non dimentichiamoci che le DPE si sono appena unite e non se ne può pretendere l’immediata e completa operatività). Occorre a mio avviso in primo luogo tenere conto in maniera realistica che non abbiamo al momento la forza di impedire accordi come quello sulla commercializzazione di siluro, gardon e carassio ma in questa o altre analoghe situazioni potremmo trovare il modo per richiedere il rispetto di alcune contemporanee condizioni come: l’istituzione di severi controlli sull’origine del pescato commercializzato a Milano e sulla sua situazione igienica, la richiesta di un monitoraggio della sostenibilità del prelievo nei confronti degli stock ittici e misure di compensazione a favore di questi ultimi (incubatoi) e -perché no?- l’auspicio di una formazione dei pescatori professionisti circa la situazione biologica degli ecosistemi in cui operano.


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