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MIlillo; Chi lavora al di sopra ella legge

Di Gianluca "Il Basco" Milillo pubblicato il 12/10/12

In linea teorica nessuno, in uno stato di diritto e in una società civile, può vivere e lavorare al di sopra delle regole e delle norme istituite: sono proprio queste disposizioni, leggi e precetti che scandiscono l’ordine della legittimità delle azioni.

Nella nostra nazione non sono di certo le leggi che mancano, ma alcuni principi gestionali oramai in metastasi, usano costantemente giustificazioni, come “la mancanza d’organico”, “la mancanza di risorse” o la più prosaica “condizione temporanea/transitoria” che poi diviene consuetudine, come motivazione dell’omessa vigilanza e mantenimento delle regole.

Attraverso un analisi diretta, svolta sul campo, si percepisce chiaramente come molti dei titolari delle licenze di pesca professionale, sfuggono ai controlli previsti e, in una sorta di consuetudine, routine e tradizione, vengono estromessi dalla filiera di controllo prevista.

Di questi controlli ciò che maggiormente inquieta, non è solo l’azione di pesca in sé, ma la sempre maggiore omissione (se non in alcuni casi la totale assenza) delle ispezioni sanitarie del pescato.

Il prodotto della pesca gestito da questi mestieranti, limitandosi a valutare la sola specie Carpa, può prendere solo due strade commerciali: vivo, per allevamenti estensivi/intensivi e laghi di pesca sportiva, morto per fini alimentari o produzione di sottoprodotti.

In entrambi i casi l’immissione nella filiera commerciale di pesce non controllato dal punto di vista sanitario, può potenzialmente generare elementi di criticità.

Una Carpa catturata in ambiente naturale, portatrice di una patologia, può infettare la colonia dell’allevamento/lago dove viene stoccata, generando fenomeni pandemici e allarmi di Sanità Veterinaria.

La famosa (o famigerata) Viremia Primaverile della Carpa, è stata introdotta in Italia proprio grazie all’immissione priva di controlli sanitari di stock ittici provenienti dai paesi dell’Est Europa, sintomo di come talune patologie a trasmissione diretta possono essere trasferite con la commercializzazione di pesce vivo non ispezionato.

Analogamente gli stock ittici destinati al consumo umano devono essere gestiti attraverso un protocollo di conservazione e controllo.

L’elemento più disatteso nella filiera della commercializzazione della Carpa per uso alimentare proveniente dalla pesca di professione, è quello legato alle modalità di trasporto e conservazione.

Un osservazione “diretta” fatta nei luoghi di approdo dei mestieranti, evidenzia spesso come queste siano trasportate su mezzi inidonei, privi dei requisiti di legge previsti, spesso su autovetture cassonate se non sui più comuni Ape Piaggio, coperte solo da un telo, privi di refrigerazione e in condizioni igieniche quanto meno approssimative.

Tale procedura, se pur in evidente contrasto con le norme sanitarie di gestione dei prodotti della pesca, appare sovente tollerata o ignorata.

Lo stesso dicasi per il trasporto di pesce vivo, anch’esso codificato e armonizzato da norme che ne stabiliscono le caratteristiche minime dei requisiti del mezzo di trasporto, sono spesso trasportati con vasche autocostruite o mezzi improvvisati.

Questo viola, oltre alle norme strettamente connesse al benessere animale e ai regolamenti veterinari, anche le norme del Codice della Strada, essendo questi mezzi esclusi da collaudi della Motorizzazione Civile (art. 78 "Nuovo codice della strada", decreto legisl. 30 aprile 1992 n. 285 e successive modificazioni).

La pesca di professione, come ogni attività che si concretizza nel prelievo e uccisione di pesce, è un fenomeno che impoverisce l’ecosistema, ma nonostante questo sono sempre più numerosi i fondi destinati a tale anacronistica e arcaica pratica, tesi a promuoverla, intensificarla e apportare migliorie sia alla flotta che alla filiera.

Se a questo aggiungiamo una sorta di “impunità latente” appare palese che la stessa non è sostenibile così come proposta.

Ulteriore e drammatico aspetto è inevitabilmente legato alla “tracciabilità” del prodotto, ovvero la possibilità per il consumatore o acquirente finale, di poter verificare l’esatta provenienza di ciò che è commercializzato.

Nonostante tutte le Direttive emanate dai Ministeri della Salute, delle Politiche agricole e dell'Ambiente, su questo fondamentale aspetto, ad oggi la tracciabilità del pesce pescato in acque interne (in particolare quello del Fiume Po) è disattesa.

La rintracciabilità costituisce uno strumento insostituibile per consolidare le relazioni di fiducia tra produttore e consumatore in quanto permette a quest’ultimo di conoscere l’effettiva provenienza del pescato, che altrimenti non sarebbe in grado di determinare.

Inoltre, la definizione degli attori che compongono la filiera e l’individuazione di tutti i passaggi che il prodotto compie prima di giungere al consumatore sono utili per l’attivazione di procedure di gestione e controllo della qualità.

Ma sembrerebbe che il concetto di “qualità” sia l’ultima delle preoccupazioni che investono questa filiera imprenditoriale, fatta per lo più in maggioranza da anziani e stranieri residenti: se si esamina che in uno dei maggiori mercati ittici del Veneto, grande polo di commercializzazione della Carpa per uso alimentare, l’attuale prezzo (listino 2012) paga al mestierante 2 euro e 50 centesimi al chilo, si percepisce l’immagine che l’intera filiera si orienta sulla “quantità” anziché sulla “qualità”, o se si analizza il devastante piano commerciale Italo-Rumeno, in cui i pesci cosi detti “indesiderati” (Siluro, Carassio, Gardon) vengono commercializzati ad un prezzo prossimo ai 3 euro al chilo, si comprende la portata “industriale” ed intensiva affinché l’operazione risulti remunerativa.

Se da un lato osserviamo l'United nations environment programme (Unep) che sottolinea l'urgenza di far progredire i negoziati della World trade organization (Wto) per trovare un accordo internazionale per vietare i sussidi governativi per la pesca di professione in mare ed introdurre nuove misure per garantire la redditività e la sostenibilità futura degli oceani, dall’altro osserviamo nelle nostre acque interne nuovi fondi e stanziamenti, accordi di programma e tutela giuridica per sostenere la pesca di professione in laghi e fiumi: questo rappresenta un controsenso in termini di tale portata da essere definito…paradosso.

 

Gianluca “il Basco” Milillo


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Commenti

giacomo lavezzi il 25/10/12
Basco come darti torto, siamo con te! hai tanta ragione quanto i voti che hai preso a montesilvano


Samuele il 25/10/12
Grande "Basco",o preferisci "Rambo" come una volta?Quando si parte per la battaglia?Gli uomini son ansiosi di combattere,onore e gloria per tutti.


Gianni Scamperla il 25/10/12
E'una vergogna,uccidono i pesci...smettiamola con questi pescatori di professione che uccidono i pesci...mettiamoli nel piatto direttamente vivi...il sushi live... E che ci deve fare il pescatore di professione col pesce?Dargli il borotalco?


Cesco Lorenzetti il 23/10/12
Che noia,che barba!! Che barba,che noia!! L'ennesima guerra dei poveri made in COL che non combatte nessuno,e per fortuna!! Che noia,che barba!!


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