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Milillo! C'è da aver paura!

Di Gianluca MIlillo pubblicato il 07/08/12

Due cose colpiscono l’immaginazione e la preoccupazione di chi osserva, vive e subisce simili aggressioni all’ambiente: per ognuna che emerge agli onori della cronaca, decine (o forse centinaia), rimangono sconosciute e impunite, e che oltre ad una farraginosa e puntiforme attività di prevenzione, non esistono attualmente provvedimenti repressivi certi e proporzionati al danno commesso. I tempi di rigenerazione naturale di un ecosistema acquatico, per quanto veloci in condizioni di salubrità ecologica, non possono compensare continui e costanti aggressioni: questi tempi si dilatano in modo drammatico poi, in presenza di altre criticità ambientali (siccità, inquinamento cronico, pressione antropica, etc.). Tutte le tipologie di danni ambientali, dolosi o colposi, a stretta norma di legge sono perseguiti da norme penali, ma il danno compiuto sulla fauna ittica delle acque interne in Italia, a memoria d’uomo, non ha mai prodotto un arresto. Che i pesci siano trattati come animali di infima categoria dall’azione protettiva giudiziaria è noto, così com’è noto che sono l’unica categoria esclusa dalle norme penali sul maltrattamento animale in ambito “industriale” (pesca di professione ed allevamento) a differenza di ogni altra classe animale. La protezione della dignità animale dei pesci non è neanche appannaggio di tutti i pescatori sportivi, considerato che esistono ancora oggi frange che vogliono lo sterminio delle specie alloctone e di associazioni che portano come unico argomento di richiesta/discussione nelle consulte regionali e provinciali, esclusivamente ripopolamenti e gare. Sono anni che si invoca ad una presa di coscienza della base sana del movimento dei pescatori sportivi, ma probabilmente i tempi non sono maturi per generare l’energia necessaria a caratterizzare una forte presa di posizione di chi vuole un livello di protezione “privo di compromessi”: per ora dobbiamo solo accontentarci, sullo stato dei fatti, della comune consapevolezza di un diffuso stato di degrado. Si sperava che la soluzione normativa arrivasse dall’esterno, con le nuove attuazioni delle normative europee, e con l’obbligo di raggiungere livelli di qualità ambientale entro un limite temporale, ma anche questo è servito solo ad accaparrare fondi e demonizzare gli alloctoni. E mentre si investe per uccidere pesci, si concede agli stranieri di usufruire dei nostri ecosistemi a soli 8 euro al trimestre, si multa l’italiano che parcheggia su argini e golene, si rinnovano le licenze di pesca di professione e si verbalizza solo chi da la sensazione di poter pagare i verbali. Da quando si è “federalizzata” la pesca togliendo la competenza ad un'unica sovrastruttura ministeriale e si è affidato il tutto agli enti locali, gli effetti distruttivi sono stati distruttivi e inesorabili: ma neanche il riordino amministrativo dei territori sembra essere una soluzione. Ora che molte province scompariranno e si tornerà ad una competenza regionale, un ente ancora più distante e disperso come farà a migliorare il controllo del territorio? Ad analizzare lo status quo…c’è da avere paura.


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Commenti

Pietro Cicchetti il 08/08/12
Le acque dovrebbero essere gestite dai pescatori,poichè sono loro in prima persona a pagare per una gestione sbagliata.Inoltre gestire in maniera da salvaguardare e garantire il futuro della pesca sportiva significa mantenere una condizione senza la quale la nostra categoria non avrebbe ragione di esistere.


Andrea Marchiori il 08/08/12
Caro Gianluca, sappiamo entrambi che tutto questo per quelli che da qualche tempo seguono l’andamento generale della pesca d e del circondario, il tuo è quasi come un scoprire l’acqua calda e di certo non attiverà l’attenzione dei menefreghisti, trasformandoli in attivisti, Purtroppo!!! Già ieri avevo iniziato una risposta, ma non avevo dato seguito, oggi vedo l’accenno agli interessati del settore, produttori, commercianti e dintorni. Forse ricorderai, o magari altri ricorderanno, quando ho accennato al voler creare un collegio formato dai produttori e dai commercianti, nello specifico si trattava di tutti quelli che si sarebbero potuti raggruppare durante un Carpitaly, quindi specializzati anche nel CF. stiamo parlando se non erro nel 2006/7. L’intento sarebbe stato quello di unirli e far comprendere loro quanto sarebbe stato forte il settore CF se appoggiato dagli interessati del settore, anche se a oggi i volenterosi hobbysti sono pochi, con il supporto, le conoscenze, la forza economica dei produttori e dei commercianti si poteva pensare a un qualcosa d’importante e forte. Infondo, cosa trita e ritrita, senza acque e pesce, noi non pescheremo più e loro non produrranno e venderanno più, toccandoli su questi punti, forse, ma forse un collegio si sarebbe potuto creare e con il loro sostegno se non con il loro mettersi in campo direttamente, forse qualcosa poteva accadere. Ma come in altre occasioni, mi è stato da subito dato del poco realistico, dell’illuso e del pazzo. Ancora oggi mi dispiace non aver trovato sostegno da quei 4 o 5 che avrebbero potuto invece creare quanto sopra e come per altri le mie energie si sono spente, al punto tale che non ho oggi, più la voglia di credere e mettermi al lavoro per una qualsiasi cosa riguardante la pesca. Smuovere i sentimenti delle masse, sappiamo bene essere stato un fallimento totale e lo sarà anche domani. Unire le forze delle associazioni, buona intenzione ma difficile realizzazione “ se non impossibile”. Al pescatore interessa soddisfare l’ego della sua pescata, della sua cattura, il domani non è un pensiero che giace nella testa del pescatore. Sommato il tutto a quanto, evidenzi, non ci rimane che piangere, oggi noi, domani altri, dopo domani magari anche i produttori e commercianti. Un salutone.


Gianluca Milillo il 07/08/12
Non credo che oggi ci sia la maturità per “privatizzare” acque pubbliche in Italia, e non credo neanche che esistano attualmente i presupposti socio/politico/economici per farlo ottenendo un vantaggio espresso in termini di “fruibilità pluralista” e di “protezione”: l’esempio sono la gestione dei campi gara, la lottizzazione delle spiagge, la privatizzazione delle aree demaniali lacustri e golenali, la realizzazione di “oasi” mangia fondi europei… Anche ammettendo di voler salvare acque di pregio o di grande interesse sportivo affidandole a privati ciò sarebbe solo possibile superando due enormi barriere: l’attrattiva di altri portatori d’interesse (consorzi di bacino, agricoltori, produttori di energia elettrica, etc.) e i costi per una fattiva gestione (vigilanza e presidio in primis). Negli altri paesi sono le forze dell’Ordine che intervengono e puniscono equiparando al furto il bracconaggio realizzato nelle aree gestite, le pene sono adeguate e fattive: da noi ciò non accade, affidando troppo spesso a vigilanze “volontarie” (con tutti i limiti di sorta). La cosa che attualmente sarebbe auspicabile è una partecipazione nel panorama politico dell’unico “portatore d’interesse” della pesca sportiva dotato di potere contrattuale e di danno sostanziale generato dalla “malagestione”: le aziende, i produttori e distributori, nonché i dettaglianti di attrezzature di pesca. Senza poter pescare, senza un’adeguato livello di sviluppo della pesca, di fruibilità e di protezione degli ecosistemi, i primi a patirne gli effetti saranno proprio le migliaia di addetti ai lavori del panorama economico della pesca. Per questo mi auspico un loro intervento solidale e determinante per sovvertire l’attuale stato di disagio gestionale.


Roberto Ripamonti il 07/08/12
Sono assolutamente d'accordo con questa posizione che peraltro, auspico da molto tempo. Questa però si scontra con una miriade di opposizioni, molte delle quali legittime perché gli appassionati già pagano per poter pescare e i sacrifici fatti, raramente sopno ripagati dai luoghi. Privatizzare in Italia è pericoloso perché, vedasi concessioni demaniali sulle spiagge, poi si rischia di entrare in un vortice da cui ne escono vincitori coloro che , per amicizie o favoritismi, entrano in possesso della data acqua. Credo sia necessario concepire una struttura ad hoc, sovra regionale che gestisca le acque interne , del tipo di quella esistente in Inghilterra. A questa struttura va il controllo dei ripopolamenti, il controllo delle acque e la gestione delle concessioni (una supervisione). Detto così, onestamente mi pare utopia nel nostro scalcinato Paese....Ma ne dobboiamo cominciare a parlare, perlomeno.


benicchi alessio il 07/08/12
Ginluca, la soluzione e' una sola dare in mano la gestione delle acque ai privati come fanno in austria, si migliorerebbe tutto il territorio e si farebbe indotto economico...es. la famiglia Gargantini in austria...ma anche casa rizzini in irlanda...


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