Tecnica

L'ultima spiaggia

Di Quirino Riccitelli pubblicato il 10/05/13

Un forte vento muove la tenda e il mio socio che dorme di gusto accanto forse non sente le onde che si infrangono sul bagnasciuga, Eolo stavolta ci da dentro per davvero senza scherzare affatto. I rospi e le rane iniziano a farsi sentire, avverto i loro canti nella pause tra le raffiche e nelle acque basse l’indomani i lucci potranno sfruttare questi facili bersagli per saziare la loro fame, mentre di tanto in tanto un boato in acqua mi rammenta che pesco le carpe e che, nonostante i miei avvisatori siano muti da quasi 60 ore, la speranza è quella di riuscire comunque a guadinare una baffuta. Qualcosa non va mi ripeto, mentre la notte avanza e l’unico spiraglio di visibilità lo offre la luna che da lassù osserva fedelmente la Terra e detta le maree, illuminando debolmente il paesaggio e facendo brillare scarsamente alcuni oggetti. Un bip mi distrae e mi illude, sembra una dissonanza nel più profondo dei silenzi, quindi esco dalla tenda, ma il cimino è completamente fermo, probabilmente però i responsabili sono gamberi o scardole, specie particolarmente attive  in questo lago un po’ tutto l’anno; Torno dunque a scrivere, chiudo veranda e zanzariera, mentre comodo mi infilo nuovamente nel sacco a pelo e cerco di riguadagnare il calore di prima. Stavolta il lago è davvero bloccato, penso alle strategie da adottare non appena il sole scavalcherà la montagna ma sono a corto di idee, dato che ho già provato un po’ tutto e ho terminato gli assi nella manica che altre volte mi hanno garantito invece di catturare. Non mi resta che affidarmi all’intuito e pescare in spicchi d’acqua nuovi, in fondo ci sono parecchie tende sulle sponde e di sicuro la “mano pesante” di alcuni carpisti avrà mandato KO la voglia di cibarsi dei ciprinidi che saltano, si spostano, ma non si fermano negli spot pasturati, o almeno non il tempo necessario ad aspirare il mio tranello e i numerosi inneschi di altrettanti anglers che fanno compagnia alle più svariate tipologie di fondale di cui il bacino si compone. Poi penso che questo vento farà infrangere le onde sugli scogli e le carpe preferiranno sempre e comunque alimentarsi di ciò che madre natura offre, pertanto lo staccamento di alimento potrebbe giocare a mio favore, eppure ho già una canna posizionata a ridosso di un grosso scoglio, ma anche questa è morta come le altre… 01:13 e ancora tutto è immobile, mai demordere si, ma adesso l’ansia comincia a salire e le forme di un nuovo cappotto, che fino a ieri erano solo impercettibili e simili a presagi da non considerare, iniziano a delinearsi e a rendermi nervoso e irascibile, perché questo lago lo conosco davvero bene e va anche aggiunto che il periodo è quello giusto. Sono in completa confusione, la stanchezza mista ad una incredulità per gli scarsi risultati affollano i miei pensieri e chiudo gli occhi mentre penso a cosa inventare, per poi riaprirli quando già la luce regna e quelle forme che di notte sembravano così strane, si rivelano come comunissime e banalmente terrestri; Le canne sono sempre lì, le scimmiette non hanno avuto il ben che minimo movimento e il vento inizia a calmarsi, se la notte porta consiglio devo assolutamente provarci!. E’ giunto il momento di mettermi sul gommone per iniziare a scandagliare zone in passato escluse sempre, voglio trovare uno spot fuori pastura, che sia il più lontano possibile dagli inneschi degli altri carpisti. Giro e rigiro, calcolo a vista le distanze tra i vari segnalini e alla fine riesco a farmi convincere da una porzione d’acqua accettabile, lontana dalle “rotte pasturate” e con una temperatura dell’acqua consona alla nutrizione delle carpe. Porto con me una canna armata di un buon piombo, utile per valutare le risposte del fondale, e, contemporaneamente, considero in tutta rapidità quale potrebbe essere la presentazione maggiormente idonea, visto che il fondale sembra abbastanza duro e le carpe parecchio diffidenti; La lotteria della confusione mi fa optare alla fine per un banalissimo ma altrettanto efficace omino di neve, realizzato attraverso diametri ridotti delle boilies da innesco (una 16mm affondante bilanciata da una pop up di 11mm). Diversificarsi delle volte può anche voler dire impiegare esche diverse, preferendo ad esempio aromatizzazioni particolari che nessuno ha mai utilizzato in precedenza (novità), perciò stavolta innescherò delle M.P.R Diamondbaits (miele paprika e rum), palline alternative, davvero diverse dal classico che si sposano alla perfezione con la mia idea appena nata e pronta per l’attuazione. Come pasturazione non intendo calare in acqua più di 20 palline, meglio evitare di insospettire ulteriormente i pesci, quindi torno a riva e inizio con i preparativi in vista delle ultime 12 ore di pesca da poter sfruttare per portare a guadino una carpa. Terminale scelto, innesco l’omino e porto sul gommone uno stringer appena realizzato con circa 20 boilies incastonate a brandelli e immerse nel dip gel, al fine di creare una piccolissima zona attrattiva in acqua che non saturi lo spot e che allo stesso tempo non mandi in ulteriore apatia alimentare le carpe. Sono di nuovo sullo spot che dopo una remata storica riesco a raggiungere e noto in superficie numerose bollicine provenienti dal fondale; Non voglio illudermi, potrebbe essere qualsiasi cosa, ma di certo c’è attività e non rischierò in nessun modo di “farmi sentire”, tanto meglio entrare in punta di piedi in una zona che finalmente potrebbe offrire qualche risultato accettabile, non per forza una carpa di peso, piuttosto qualcosa di vivo, dato che il lago è immobile nel vero senso della parola, visto che adesso il vento dichiara calma piatta, ma i soli salti a cui si assiste sono quelli dei germani, numerosi un po’ in tutte le acque ferme della Campania. Prima di calare appendo ad un ramo che emerge dal fondale un segnalino, preferisco infatti non immergere fili diversi da quello che ho in bobina, tutto onde evitare sospetti ulteriori. Calo sui 3,5 metri e debolmente intravedo l’innesco, stacco il piombo dal duro fondale e torno a riva, cercando di evitare al massimo la noiosissima pancia che potrebbe ritardare l’emissione del fatidico bip o una ferrata efficace. Ho posizionato la canna sul pod e resto a fissarla per un po’, come a dirle :”sei l’ultima speranza che mi resta, la mia ultima spiaggia… “. Arriva l’ora di pranzo, nel frattempo le altre canne sono in pesca, dopo averle già accuratamente ricalate ed aver appurato che gli inneschi erano ancora integri, senza alcun segno di disturbo. Il sole primaverile scalda l’acqua e si inizia a sentire l’esigenza di ombra, propria del pieno periodo estivo, mentre cerco di convincermi che ho fatto il possibile e inizio a pensare che forse quello stesso sole potrebbe avermi dato alla testa, dal momento che non riesco a rilassarmi e a godermi con leggerezza questa sessione. Arriva un primo bip, ma non proviene dalle mie canne, è una scardola che il mio socio ferra con decisione e che rilasciamo immediatamente, senza avere nemmeno la forza di calare nuovamente, dato che ormai il countdown è iniziato e restano solo 5 ore prima del doloroso ritorno a casa. Affranti, stanchi e  demoralizzati iniziamo a spicchettare la tenda, a portare in macchina le cose che oramai non servono più e in ultimo a rimuovere i segnalini. Torniamo a riva dopo aver rimosso l’ultimo e qualcosa cattura la nostra attenzione: la melodia quasi dimenticata di una partenza ci fa accelerare l’approdo, cercando contemporaneamente di realizzare quale canna sia… A pochi metri dalla riva il mio socio esclama “è l’ultima a destra”, e mentre salto fuori dal gommone penso “impossibile sia proprio quella dell’ultima spiaggia”, quella di cui in questo racconto vi sto parlando, quella che mai sarebbe dovuta partire e che invece, come nella più classica delle situazioni di pesca, parte per davvero. Pochi secondi dopo la ferrata sento qualcosa che non mi garantisce un contatto diretto con il pesce, balzo dunque nuovamente in barca e mi dirigo verso lo spot che poche ore prima avevo individuato e a cui avevo dato fiducia, riponendovi gli ultimi barlumi di speranza; Arrivo in zona e realizzo che proprio quel ramo al quale avevo attaccato il segnalino, evidentemente continuava in acqua più di quanto il mio ecoscandaglio riuscisse a leggere, perciò resto fermo con la lenza in tensione nella speranza che in qualche modo la carpa potesse riuscire a liberarsi. Passano scarsi 5 minuti e finalmente ho di nuovo contatto diretto con il pesce, riesco a intravedere la sagoma di una regina di taglia media, ma che ai miei occhi sembra un gigante a causa del modo in cui sto per catturarla e al sudore e tempo versati a tale scopo. Dopo una guadinata al primo colpo, torno a riva, ma la mia testa viaggia, il mio socio ha aperto il materassino (operazione che da buoni Campani effettuiamo solo dopo la prima cattura), quasi non riesco a crederci mentre sollevo e adagio sul morbido quella regina, la guardo e penso, mentre quasi non realizzo che il tempo passa, ma fortunatamente non sono solo e qualcuno mi riporta sulla terra dicendomi: “dai 2 foto e via”… Il consueto ma sempre emozionante rilascio mi mette i brividi, non so se gli schizzi d’acqua che la carpa scodando lancia sul mio viso mentre riprende con irruenza la libertà sono gocce d’acqua di un lago così difficile e strano, o piuttosto gocce di sudore dopo una sessione tanto sofferta; Tutti i dolori fisici, le pippe mentali, le ansie e le perplessità sono di colpo sparite e ritrovo immediatamente freschezza ed energia, utili per caricare nuovamente tutto in macchina e traslocare ancora una volta, direzione casa. Nessuna over, un solo pesce e nemmeno grosso, ma di sicuro resterà impresso come difficile ma così sudato da poter essere considerato unico. In fondo lo sappiamo: ciò che si ottiene con il sudore della propria fronte è particolarmente importante, la pesca non si sottrare di certo a questa massima, anzi ne è concreta applicazione. Spesso confondo stati d’animo, illusioni e certezze sulle esperienze che ad oggi ho maturato, poi mi ritrovo a pescare e a ritrattare tutto, andare in confusione e alla fine realizzare che nessuno potrà mai sintetizzare in un articolo, un video o un libro ciò che è il carpfishing per ciascun angler; Ognuno scrive il proprio e legge quello degli altri, cercando di recepire consigli, di passare del tempo o per pura curiosità, ma ogni capitolo del vostro libro lo scrivete voi, e lo fate ogni volta che bagnate le lenze. E’ un’esperienza intima quella che viviamo sulle sponde, che ognuno vive sulla propria pelle, un qualcosa di viscerale e personale difficile da spiegare a parole ma che rappresenta l’essenza vera dell’autentico carp angler.


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