Tecnica

Conosciamo le wild carp?

Di Pino Maffei pubblicato il 24/03/15

La continua ricerca del record ha diminuito l’interesse verso l’unico tipo di carpa che ha mantenuto pressoché intatto lo stereotipo originale della specie. Vediamo di analizzarne le caratteristiche, la tecnica di cattura e la cura di una delle carpe che probabilmente possiamo dichiarare “a rischio di estinzione”.

 

 

Dopo due giorni di attesa, dopo un estenuante combattimento, dopo le ritualità delle foto di rito, mio figlio si ritrovava sulla sponda del lago con una creatura incredibile tra le mani che tentava di divincolarsi per raggiungere l’agognata libertà. Si trattava di una preda eccezionale non per la sua mole, ma per la sua natura, una magnifica “torpedo” come in gergo vengono indicate quelle carpe che morfologicamente rispondo alle caratteristiche della “wild carp”.

Eravamo stregati da quella creatura, Samuele sembrava tentennare nell’aprire le mani per lasciarla andare, la osservammo tutti e due fieri di quella particolare cattura, mentre dentro di me cresceva la consapevolezza  che nel tempo sarà sempre più difficile poter dare la caccia a questa vera  regina delle acque.

Decisi allora di dedicare lo spazio editoriale a mia disposizione alla descrizione, alla cattura ed alla cura della wild carp, il ceppo originario delle nostre amiche carpe.

Mi vennero subito alla mente le conversazioni fatte con carpisti d’oltralpe che rimanevano letteralmente abbacinati  quando presentavamo foto con delle torpedo in braccio, alla stessa stregua in cui noi rimanevamo esterrefatti alla vista delle enormi specchi con pance cadenti all’inverosimile. Un certo Mike giustificò la sua euforia sostenendo che riteneva la cattura di una grande specchi o regina non paragonabile a quella delle wild, dal momento che le loro origini erano completamente diverse: le une derivavano da selezioni e manipolazioni dell’uomo che ormai si protraggono da secoli, mentre le altre potevano vantare ancora le caratteristiche di selvaticità proprie della specie.

Vediamo dunque di partire da una descrizione sommaria (non sono né un biologo né un veterinario) della tipica carpa wild per poi passare ai tipi di innesco da utilizzare senza dimenticare la parte concernente la cura e la manipolazione di un animale che vedremo dimostrarsi estremamente delicato.

Molto ricercata nell’Europa del nord dove ormai ha lasciato in moltissimi casi il posto a soggetti ibridati con le specie capaci di un accrescimento elevatissimo, il primo autore di cui lessi l’esaltazione della specificità, se non erro, fu proprio Leon Hoogendijkin in un articolo sulla Saone

Inconfondibile nell’aspetto la wild carp si presenta con un corpo molto allungato, con una testa conica e più stretta delle consorelle di derivazione “industriale”, un ventre molto piatto e quasi lineare. Il suo sviluppo avviene soprattutto in lunghezza e  in spessore, cosa che non la rende una “regina della foto”. Infatti capita di catturare esemplari di quindici o sedici chili che presentano un dorso di impressionante larghezza, quasi sempre celato dalla bidimensionalità della macchinetta fotografica. In riferimento ai pesi esse non raggiungono livelli ragguardevoli, tanto che una cattura di quindici chili si può ritenere di grande prestigio. Questo è dovuto ovviamente alla mancata selezione umana che ormai ha portato alla generazione di varianti ad altissimo potenziale di accrescimento.

La livrea della torpedo ovviamente dipende dal tipo di habitat che frequenta ma comunque non è mai troppo accesa, tendente allo sbiadito o allo scuro che va a sfumare dal marroncino chiaro al nero senza gradazioni o tocchi di colore. L’apparato boccale è particolarmente protrattile da consentirgli aspirazioni rapide e potenti. La bocca segue la linea della nuca, senza particolari “stop”, paragonabile a quella dell’amur. Questa particolare conformazione  probabilmente serve a consentigli di cibarsi rapidamente restando in posizione orizzontale, senza doversi soffermare sul cibo mettendosi in posizione verticale. La velocità con cui aspirano e poi si spostano si riscontra anche non avendo particolari riferimenti scientifici, basta ascoltare i nostri segnalatori che letteralmente impazziscono senza un minimo tentennamento. Sono pesci molto veloci che si muovo con circospezione e nello stesso tempo con eccellente voracità.

Proprio per questo occorre costruire terminali con capelli molto corti per far sì che l’esca resti il più possibile attaccata alla curvatura dell’amo oppure utilizzare d-rig che non distanziano di troppo l’esca dall’amo, proprio con lo stesso approccio con cui si affrontano gli Amur. Solitamente le wild non prediligono grossi bocconi, e neanche le copiose pasturazioni. Una strategia che spesso adotto per ridurre al minimo il loro grado di sospettosità, consiste nel pasturare in uno spot per poi depositare il terminale ad una relativa distanza dalla zona pasturata, corredando l’innesco con un generoso contorno di boilies assemblato su pva. Evidentemente, e queste sono considerazioni che traggono le proprie fondamenta una mera esperienza personale, la loro diffidenza le porta a nutrirsi sempre ai margini di una zona inaspettatamente ricca di cibo. Esche che vanno dal diametro 16 a 20 mm, tendenzialmente pop up, per stimolarne l’aggressività ed ami non eccessivamente grandi di misura per non sovradimensionarli rispetto alla grandezza della boilies, ma robusti ed affilati tanto da poter penetrare bene nelle loro labbra particolarmente tenaci e sostenere la potenza del combattimento.

Le wild carp non disdegnano nutrirsi di piccoli pesci e innescare una coda di gambero (laddove questi animali sono presenti) potrebbe rivelarsi un vero e proprio “asso nella manica”. Nonostante ciò si tratta comunque di un pesce onnivoro. Sinceramente credo infondata la diceria secondo la quale le wild preferiscono boilies al pesce piuttosto che alla frutta o crema, tanto che la maggior parte delle catture le ho ottenute su pasturazioni ed inneschi fruttati.

Il bottom rig su amo long shank  misura 4 o addirittura 6 sono le montature che prediligo per gli inneschi pop up, soprattutto perché, come spiegato in un precedente articolo, l’habitat dove sono solito ricercarle è costituito prevalentemente da fondali rocciosi. Per gli inneschi affondanti azzardo a volte anche un supporto di una piccola pop up per una presentazione “omino di neve” o altrimenti una singola o doppia affondante di non generose dimensioni. Leadcore molto mimetici con piombature del tipo “stone”, ossia ciottoli veri e propri con incastonata una girella, completano una presentazione del tutto mimetica, capace di non fare insospettire le nostre particolari avversarie.

come ultimo argomento, ma non per importanza, vorrei soffermarmi sulla cura e la manipolazione delle selvatiche torpedo. Bisogna partire dal presupposto che stiamo parlando di un animale paragonabile solo in parte alle carpe comuni o specchio che costantemente ci capitano “sul materassino”. La sua delicatezza la rende quasi unica, paragonabile, ancora una volta, più ad un amur che non ad una resistente specchi. Sin dagli albori della civiltà le carpe vennero allevate e selezionate per scopi prettamente culinari, quindi gran parte del processo selettivo si è concentrato ad accrescere la capacità di adattamento e la resistenza allo stress degli animali in questione.

Sta di fatto che le wild sono molto delicate, tendono facilissimamente a perdere squame, e la loro livrea sbiadisce subito dopo alcuni minuti dalla cattura. Infatti anche ce ci poniamo davanti all’obiettivo subito dopo la cattura, possiamo notare che sta già iniziando il processo di sbiadimento delle squame, allo stesso modo di una carpa tenuta nel carp sac tutta la notte. Quindi, oltre che una veloce ed attenta manipolazione, risulta indispensabile adagiarla su un materassino morbido e soprattutto capiente, capace di contenere gli improvvisi e maestosi guizzi del dopo cattura.

Evitate se possibile il carp sac, cosa che può ritenersi non del tutto inibitoria in considerazione del fatto che le torpedo si lasciano catturare più facilmente di giorno che di notte. Nonostante tutti gli accorgimenti del caso, è facilissimo che le torpedo perdano comunque qualche squama, cosa che le rende ancora meno “fotogeniche”.

La wild carp resta a tutt’oggi una preda da tenere in grande considerazione non solo per la tipicità della specie e per la potenza e l’energia che sprigiona durante il combattimento, ma sopratutto per il fatto che essa diverrà col tempo sempre più rara e ricercata. Le continue immissioni da parte degli organi competenti o delle associazioni autorizzate, tendono a ripopolare le nostre acque con carpe geneticamente dotate elevato tasso di accrescimento e resistenza a tutte alle più svariate condizioni ambientali. Il processo di ibridazione in molti specchi d’acqua è iniziato e quasi concluso al punto che si può considerare una cattura di una wild come una rarità, mentre in altri specchi non è più presente da moltissimo tempo. In alcuni fiumi e laghi italiani ancora si riesce a contare in una popolazione relativamente intonsa. Questo durerà soltanto per poco tempo, probabilmente già gli avannotti che circolano nei nostri bacini hanno subito almeno un processo di ibridazione e col passare del tempo le lunghe e veloci  torpedo lasceranno il passo alle grasse e pesanti carpe che ci regaleranno record sempre più elevati ma assomiglieranno sempre più alle consorelle che pinneggiano nei laghetti a pagamento.

Samuele finalmente aprì le mani e la magnifica creatura si diresse nel profondo con un guizzo imponente che ebbe più il sapore di un addio che di un arrivederci.

 

 

                                                                                                                      PINO MAFFEI


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