Lac Du Salagou-parte 2

di Sergio Ceccarelli pubblicato il 22/05/16

                          

 

Scrutai con il mio fido binocolo rapidamente la sponda opposta alla ricerca di un qualsiasi luogo potesse fare al caso nostro, infatti la mia preoccupazione non era dovuta dal fatto che le sponde fossero occupate (non vi era nemmeno l’ombra di un carpista nel raggio di chilometri!), ma che potessero avere caratteristiche sicure per affrontare il maltempo in arrivo. Era necessario avere un po’ di margine dall’acqua sulla sponda perché con il forte vento previsto il lago si sarebbe trasformato in un mare in tempesta, per cui assolutamente non potevamo correre rischi.

Trovata, e sembrava mooolto interessante anche se la distanza che ci separava da essa era di almeno seicento metri per cui per accertarci della bontà del posto sarebbe stato comunque necessario andarci di persona per effettuare un’accurata ricognizione. Saltai subito sulla porta bote e decisi di raggiungere la sponda opposta a remi così da risparmiare la preziosa energia delle batterie, in più, un po’ di movimento non mi avrebbe fatto male! Portai con me una radio portatile per rimanere sempre in contatto con Barbara per rassicurarla e tenerla informata sugli spostamenti che avrei fatto alla ricerca del nuovo posto. Sinceramente non faticai più di tanto, mi bastò raggiungere la sponda sud per avere praticamente l’imbarazzo della scelta tra almeno quattro postazioni, una più interessante dell’altra. Una in particolare però colpì la mia attenzione perché avrei avuto un ampissimo raggio d’azione, spaziando da alcuni giganteschi massi dalla testa piatta posti su un fondale di circa cinque metri passando per un piccolo erbaio nel sottoriva, per arrivare a fondali di dieci, quindici, venti metri ed oltre a tiro di canna, oltre al fattore primario di aver avuto a disposizione una postazione logisticamente perfetta per affrontare le condizioni meteo più avverse. Questo posto mi ispirava veramente una grandissima fiducia, valeva la pena sfidare la sorte.

Avvisai subito Barbara di aver trovato “la terra promessa!” e nel contempo l’avvisai che poteva iniziare a risistemare ciò che voleva così da ottimizzare i tempi. Non perse nemmeno un secondo tanta era l’euforia di traslocare in un nuovo posto che al mio arrivo il cinquanta per cento del lavoro era fatto. Waooo e che grinta! Nel frattempo una leggera brezzolina cominciò ad increspare le azzurre acque del lago, dovevamo sbrigarci, non potevamo e non dovevamo rischiare di affrontare una traversata con il vento che soffiava violento, quindi nonostante stracarichi e con un gommoncino altrettanto carico a traino, indossati i giubbini salvagente diedi manetta al motorguide da 45lb che in pochi minuti ci porto a destinazione. Giusto in tempo, altri dieci minuti e ci saremmo trovati faccia a faccia con il signore del lago, repentinamente il vento prese a soffiare con forza inaudita e in pochi minuti il cielo si fece plumbeo e il Salagou, fino a poco prima azzurro e placido come un angelo divenne rosso e infuriato come un diavolo (le lac du diable!). Senza non poche difficoltà rimontammo le nostre tende e riuscimmo a mettere al riparo tutta l’attrezzatura per poi sederci sulle sedia a contemplare in religioso silenzio ciò che la natura era capace di fare! Tuoni, lampi e vento fortissimo ci accompagnarono per alcune ore, ma fu proprio il fortissimo vento a non far cadere nemmeno una goccia d’acqua. In quel lasso di tempo assistemmo in diretta a tre operazioni di salvataggio effettuate della polizia locale a bordo di un elicottero e di un grosso e potente motoscafo. In tutti e tre i casi, malcapitati turisti a bordo di imbarcazioni di vario genere, da un pedalò spinto da due motori elettrici da 40lb passando per una canadian da quattro metri spinta da un elettrico da 50lb per arrivare a una open di cinque metri spinta da due elettrici da 50lb, erano completamente in balia delle onde, e solo grazie all’intervento di quei due professionisti del lago riuscirono a tornare a riva sani e salvi. I due gendarmi, con magistrale bravura (non so se qualcuno di voi sappia cosa significhi pilotare o ancor di più tenere fermo un piccolo elicottero in condizioni di vento costante a cento e più chilometri orari! Non invidiai affatto quel pilota!), per mezzo di lunghe sagole trainarono a riva i malcapitati e a detta di molti della zona, questi eventi capitano molto spesso in quanto le condizioni meteo di sovente variano in pochissimi minuti non lasciando scampo ai sempre presenti turisti intenti ad espletare le più variegate attività sportive nelle acque del lago.

Gli abitanti del posto ormai, hanno imparato a percepire anche dai più piccoli segni della natura quando è il momento di mettersi in allerta, per cui se vi capiterà che qualche gentile indigeno vi consigli di non uscire in barca o attraversare il grande lago, ascoltatelo! Quando il forte vento smise di soffiare eravamo avvolti dalle tenebre ormai da un pezzo, ma tanta fu la voglia di entrare in pesca, che decisi di uscire in barca per scandagliare dettagliatamente gli scuri fondali alla ricerca di qualche hot spot. Senza accorgermene rimasi fuori più di un’ora, solo la voce di Barbara che preoccupata mi chiedeva se fosse tutto apposto mi fece rendere conto del tempo che era trascorso. Di spot interessantissimi ve ne erano in abbondanza, per pescarli tutti sarebbero state necessarie almeno venti canne, ma ne avevo a disposizione quattro per cui la scelta doveva per forza di cose essere quella giusta, non potevo commettere errori di nessun genere. Qui il fondale, a differenza della grande baia era di tipo misto, alternando qualche sporadico tratto composto dal solito pietrisco fine alla maggior parte del resto composto da enormi massi e mastodontiche lastre di roccia, lastre talmente perfettamente lineari che sembravano essere state tagliate con un affilatissimo coltello, autentiche “opere d’arte naturali”. Rimasi affascinato da tutto questo ma mi soffermai a ragionare principalmente sul come affrontare senza alcun rischio, o quantomeno cercando di ridurlo il più possibile, questi intrigatissimi hot spot.

Tenete presente che ciò che vi ho detto costituiva semplicemente la parte più evidente di questi spot, ma dovete aggiungere che comunque di contorno agli stessi avevamo: piccoli ma folti erbai, sterminate colonie di mitili, variazioni di fondali più o meno importanti (anche nell’ordine dei trentacinque metri) e come se tutto questo non bastasse, orde di spietati gamberi killer! Riordinai in fretta le idee cercando di trovare rimedio a tutte queste pericolose incognite sommerse. Cominciai con il bandire la treccia dai miei Shimano favorevolmente soppiantata da un ottimo monofilo dello 0,40mm (dove abbiamo a che fare con avversari taglienti la treccia è quanto più fragile ci possa essere! Per cui, via subito!), coadiuvato da ben venti metri di Imperial Baits shock.it dello 0,70mm (quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare!) e, per finire un granitico Carp’r’us snag clip system da 50lb (leadcore in fluorocarbon fuso con lunghezza di 92cm assemblato in maniera tale da avere su una estremità un’asola mentre dall’altra troviamo l’ormai accreditato Carp’r’us snag clip completo di tail rubbers che andrà a completare l’opera incastrandosi perfettamente alla carp’r’us gizmo girella quick change numero 8) al quale avrei collegato un tenacissimo rig. Queste furono le basi che accomunarono le mie quattro canne, con nylon e fluorocarbon solidissimi e gli sganci rapidi per i piombi Carp’r’us avrei avuto certamente qualche margine di vantaggio sull’impervio fondale dormendo forse, sonni tranquilli. Ei, ma cosa succede? SSSplash..! Il forte vento delle ore precedenti probabilmente aveva sortito sulle nostre amiche un benevolo effetto, perchè mentre ero assorto nell’attuare la mia strategia di battaglia di tanto in tanto si udì qualche sonoro tonfo, evviva, sembrerebbe proprio che qualcosa si stia muovendo! Speriamo bene! Dovevo muovermi, dovevo entrare in pesca il prima possibile, anche perché la tregua posta dal vento sarebbe stata breve, perché già dalle prime luci dell’alba, a detta del webmeteo sarebbe tornato a tirare più forte che mai e sempre accompagnato da temporali di violenta intensità, per cui dovevo posizionare quanto prima gli inneschi, prima che questi eventi me lo rendessero impossibile! Realizzai quattro micidiali cranked hook rig utilizzando per la prima sezione, lunga 16,5 cm i Carp’r’us fluorocarbon stiff link da 50lb mentre per la seconda sezione lunga circa 10 cm utilizzai il Carp’r’us Smooth da 45lb, a fronte del fatto che come dicevo, non potevo permettermi errori e con questi materiali, sarei stato “in una botte di ferro”! I veri protagonisti, i cranked hook nella misura sei e otto chiusero la carrellata delle meticolose accortezze! Volutamente tralasciai gli spot con acqua bassa anche se molto interessanti, ma ero curioso di vedere se le acque più profonde avrebbero fatto la differenza. Primo spot: alla mia estrema sinistra e distante circa settanta/ottanta metri da riva, con i suoi sedici metri fu il più profondo dei quattro, lo scelsi in quanto contraddistinto da una porzione compatta di fondale di circa cento metri quadri e sgombra da ostacoli ma tutto intorno vi era la presenza di mastodontiche formazioni rocciose alte fino a sei metri, con l’ecoscandaglio sembrava di attraversare una head valley. Vi calai un cranked hook rig con amo misura sei sul cui capello innescai una self made affondante da 28mm basata sul Carptrack birdfood banana mix. A fargli compagnia dopo la discesa negli abissi, una ventina di self made dello stesso tipo ma di diametro 24mm sparse ad ampio raggio. Secondo spot: proseguendo verso destra, ad una distanza di circa cinquanta metri dal primo spot e a circa cinquanta dalla riva individuai un piccolo ma foltissimo erbaio sulla sommità di una variazione di fondale che andava dai sette metri ai nove. Decisi di calare l’innesco sulla destra dell’erbaio così da pescarvi molto vicino e allo stesso tempo sarei stato in pesca proprio sulla sommità del gradino. A questo spot dedicai il solito cranked hook rig armato con amo misura otto, innescato con una gustosissima uncle bait da 20mm pop-up, controbilanciata per mezzo di un piombino quick change e sospesa a circa dieci centimetri dal fondo. Pasturai a largo raggio su questo innesco con circa cinquanta uncle bait e un paio di manciate di tiger nuts. Terzo spot: spostato sulla destra di circa settanta metri dal secondo spot, a circa sessanta metri da riva e su una profondità di sei metri individuai una serie di enormi lastroni di pietra, disposti magistralmente in piano da madre natura come a formare un gigantesco puzzle sommerso tanto che con l’ecoscandaglio si riuscivano a distinguere chiaramente le profonde crepe tra una lastra e l’altra. Come esentarmi dal pescarci sopra? Finì proprio lì il terzo cranked hook rig armato con amo cranked misura sei sul cui lungo capello innescai una succulenta carptrack carp total da 24mm affondante sovrastata da una carp total da 20mm pop-up, il big snow man era servito! Calato l’innesco vi pasturai sopra con una trentina di carp total da 24mm tagliate a metà così da scongiurare l’eventuale rotolamento delle stesse tra le profonde fessure di roccia sommerse e, un paio di manciate di tiger nuts per guarnire il tutto. Quarto spot: il quarto e ultimo spot si trovava nei pressi di una piccola ansa alla mia estrema destra a circa una sessantina di metri da riva. Al centro di tale ansa sembrava esservi caduto un gigantesco meteorite in quanto presentava una profonda buca con circa nove metri di acqua al centro e con un diametro di circa cinquanta metri (questo lago non finirà mai di stupirmi!). Fu proprio al centro di questo cratere che posizionai il quarto cranked hook rig armato con amo misura sei e sul cui capello innescai una luccicante carptrack flying hook v-pops da 28mm sospesa a cinque centimetri dal fondale e resa ancora più attirante per mezzo di un trattamento di bellezza a base di carptrack carp total amino dip e carptrack carp total amino gel. Non poteva di certo passare inosservata, anche alla più svogliata e cieca delle carpe!  No, non poteva, altrimenti mi sarei strappato i pochi capelli rimasti! Sempre a largo raggio su questo innesco finirono una trentina di palline self made banana e una trentina di self made carp total, tutte da 24mm. Come avrete di certo notato la mia strategia di pasturazione era cambiata rispetto a quella applicata sugli spot della postazione precedente, questo perché avendo solamente altri tre giorni a mia disposizione, non avrei potuto rischiare di dover aspettare che le nostre amiche trovassero gli inneschi in mezzo a chili e chili di pastura, quindi adottando una pasturazione più leggera e concentrata nei pressi dell’innesco avrei potuto circoscrivere il banchetto alle nostre amiche, così che le stesse avrebbero avuto ben poche speranze di evitare i pungenti inganni! Bè si, è sempre bello farsi progetti teorici anche se molte volte la pratica ci dimostra il contrario, però è proprio questo il bello della nostra pesca, di certo la monotonia non è parte del nostro modo di pensare. Fortunatamente avevo lì la paziente Barbara ad aiutarmi ma nonostante tutto terminammo le operazioni alle 23:00 sotto un luccicante e romantico cielo stellato. Barbara rimase non poco stupita dai miei monologhi durante le fasi di preparazione, innesco e posizionamento delle canne tanto che una volta sdraiati a guardare le stesse mi chiese: “ma tutti i carpisti fanno così?”. Avevo capito benissimo cosa voleva scherzosamente dire ma altrettanto scherzosamente gli risposi: “bè si, le procedure in pesca normalmente sono queste, poi c’è magari chi ha delle idee rispetto ad altri ma più o meno le basi sono le stesse! Perché?” No disse lei ingenuamente, intendevo dire se tutti parlano da soli come te! Scoppiai a ridere e altrettanto lei quando gli dissi che di carpisti “normali” di certo non ce ne sono, magari c’è chi e più o meno normale di un altro ma le basi sono le stesse per tutti, quindi fai un po’ te! Sorridendo ma con aria rassegnata disse: “ok, ok ho capito tutto o almeno credo!” Era inconsapevolmente e irrimediabilmente entrata a far parte della contorta mentalità carpista! L’incredibile cielo tempestato di stelle e un bel bicchierino di ratafia distolsero entrambi da quei discorsi illuminati facendoci precipitare in uno stupendo oblio di relax. Prima che il sonno si impadronisse definitivamente di noi lo prevenimmo, prendendo incondizionatamente possesso dei nostri comodi lettini. Prima di cadere nel torpore più profondo ebbi modo di udire alcuni pesanti tonfi provenire a pochissima distanza dalla riva, non c’erano dubbi, quelle erano carpe, anzi, carpone! L’ultimo pensiero che mi pervase la mente prima di addormentarmi fu quello di abbracciare una bella e panciuta baffona francese. Rimase solo un sogno perché l’ennesima notte era appena trascorsa tranquilla ma una lauta colazione a conforto di questo nefasto evento era lì ad attendermi. Vediamo sempre il lato positivo delle cose e troveremo sempre una piacevole scusa per andare avanti! Una bella stiracchiata, il bacino del buongiorno a Barbara, ancora comodamente incastonata all’interno del confortevole sacco a pelo e via a preparare un buon caffè. Quello che sto per raccontarvi ha dell’incredibile ma posso assicurarvi che ogni singola parola corrisponde a verità, non chiedetemi altri particolari ma limitatevi semplicemente a leggere le prossime righe, cercando di vivere il tutto come se fosse stati presenti al seguente avvenimento così da provare ad immaginare le emozioni che si possono provare di fronte a tali eventi. Come dicevo, ero intento a preparare il caffè, quando Barbara decise che era arrivato il momento, seppur triste, di uscire dal sacco a pelo e come di consueto andò a cercarsi un bel sassone di suo gradimento per sciacquarsi il viso con la fresca acqua mattutina del Salagou, così da destarsi completamente e affrontare il nuovo giorno. D’improvviso udii la sua dolce e flebile vocina: “Sergio, puoi venire un attimo qui?”. Mi avviai verso di lei immaginando già in quale animale o mostruosità poteva essere incappata (un ragnetto di un centimetro o una libellula di due?) ma quando gli fui a meno di due metri, lei continuava a rimanere china sulla sponda con i piedi e le mani in acqua sussurrandomi, fai piano altrimenti potrebbe scappare! Si trovava su un’enorme roccia piatta e rosso fuoco in circa trenta centimetri di acqua, ma io avendo il riflesso del sole sull’acqua ancora non riuscivo a vedere di cosa stesse parlando, però per non sapere ne leggere e ne scrivere, incuriosito mi avvicinai a lei pianissimo chinandomi a mia volta. Arrivatogli accanto ma soprattutto guardando le sue mani in acqua rischiai l’esplosione delle coronarie, un’enorme carpa regina se ne stava lì a farsi solleticare dolcemente i barbigli da Barbara, che lo faceva con tutte e due le mani come di solito si fa per accarezzare un cane o un gatto, ma quello era un pesce di più di venti chili! Non potevo credere ai miei occhi e solo dopo ebbi modo di riflettere sulle parole che mi sussurrava Barbara mentre carezzava quel magnifico pesce: “hai visto quant’è carina? Era qui da quando sono arrivata e non appena ho messo le mani in acqua si è avvicinata e non è andata più via!”. Ero praticamente sotto shock, mai visto nulla di simile se non in qualche occasione del tipo allevamenti di pesci, acquari o anche acque libere dove le nostre amiche sono talmente abituate alla presenza umana che si avvicinano tranquillamente per prendere un fiocco di pane gettato in acqua da un bambino, questo sicuramente, ma che addirittura si lasciassero accarezzare in quel modo questo no, non lo avrei mai creduto possibile e specialmente in un’acqua come il Lac Du Salagou! Per svariate secondi rimasi lì imbambolato ad osservare la scena fino a quando Barbara smise di accarezzarla e lei, senza scomporsi né tantomeno darsi a una mirabolante fuga, molto goffamente e lentamente come si addice a pesci di quella mole si allontanò, inabissandosi tranquillamente nelle limpide acque del lago. Non credo ci sia altro da aggiungere e ancora incredulo e stordito da quanto accaduto dovetti anche sentirmi dire da Barbara: “ma che hai? Sembra quasi che hai visto un fantasma! Ma non sei abituato a vedere quelle che chiami, le tue amichette?”, impiegai veramente pochissimo a spiegargli che quello appena accaduto tutto poteva essere all’infuori di un normale comportamento da parte delle nostre astutissime e diffidentissime amiche, e poi non ebbi il coraggio di continuare oltre perché ero ancora sconvolto da quanto accaduto. Quel pesce era enorme, lungo più di un metro, con occhi grandi come monete da due euro, con una pancia spropositata poggiata comodamente su quella roccia rossa in più o meno quaranta centimetri d’acqua, con una pinna caudale più grande di un palmo e se ne stava tranquillamente lì a farsi accarezzare! Fui fortemente portato a pensare che la madornale calura di quei giorni probabilmente mi stava dando alla testa, ma fu proprio Barbara a riportarmi alla realtà dandomi una delle più belle notizie che un uomo possa ricevere. Esordì arrossendo non poco e dicendo dolcemente: “amore, penso proprio che tra nove mesi sarai papà!”. Cosa? Ebbi ancora una volta timore per le mie coronarie, ma visto quello che avevano passato pochi istanti prima non credo avrebbero più avuto problemi, se erano riuscite a resistere a due avvenimenti del genere diluiti in pochissimi secondi penso che non avrei mai più avuto problemi di infarto!  Non era da me, ma fu talmente tanta la gioia che rimasi senza parole, abbracciai Barbara baciandola e stringendola fortissimo. A già, ma ci sono anche i bambini che leggono questa rivista! Chissà se queste righe saranno censurate? A parte gli scherzi questa volta avevo veramente realizzato il mio più grande personal best record e, fui ancora più felice perché palcoscenico di tutto questo fu lo stupendo lago di Salagou che finora non mi aveva regalato catture, ma adesso mi stava regalato l’emozione più grande che un uomo possa provare. Anche Barbara era al settimo cielo e così decidemmo di festeggiare l’evento nel migliore dei modi, due bei calici di spumante ghiacciato (bè che c’è di strano? Porto sempre con me una bella bottiglia, non si sa mai, il pesce della vita e sempre dietro l’angolo!) in riva al lago, ripromettendoci comunque che non appena saremmo tornati nella civiltà avremmo festeggiato in un bel ristorantino francese, ma questa fu un’altra storia! A coronazione dell’idilliaco momento uno squisito pranzetto a base di spaghetti alla carbonara accompagnati da un ottimo lambrusco di Modena a temperatura glaciale, (se a chiunque venisse l’idea di erigere un monumento all’inventore dei frigoriferi trivalenti, io sarò lì a posare la prima pietra! Assolutamente fantastici!) merito del frigorifero trivalente Dometic che di diritto fu il primo a prendere posto in macchina pronto a partire. Dopo i doverosissimi bagordi non avemmo altra scelta se non sdraiarci nello screen house e, complice il superlativo venticello di tramontana finimmo ben presto per addormentarci, rigorosamente abbracciati, felici e soddisfatti. E intanto di partenze nemmeno l’ombra! Dopo due ore eravamo come nuovi, così mentre Barbara si dilettava a lanciare con la canna da casting, io decisi di indossare pinne e maschera per andare a vedere di persona che cosa nascondesse l’azzurro fondale sotto i nostri piedi. Individuai un interessantissimo erbaio lungo circa una decina di metri, largo tre e alto due, tutt’intorno a questo vi erano le onnipresenti conchiglie e moltissimi gamberi killer. Ma, un momento, in tre metri d’acqua e alle cinque del pomeriggio! Non ci posso credere ma i gamberi di questo lago non si fermano davanti a nulla, di solito i raggi del sole per loro sono come la criptonite per superman, e invece no, i gamberi del Salagou si mettono anche a prendere la tintarella, ma dai! Non c’è più religione, né tantomeno avevo voglia di concepire chissà quale teoria in merito. Andava bene così e basta! Però oltre ai gamberi notai che tutto intorno all’erbaio aveva le sembianze di un paesaggio lunare, ovunque vi erano piccoli crateri attentamente scavati nel caratteristico terriccio rosso segno inconfondibile che qualche pinnuto era solito passare da quelle parti. Avrei soltanto dovuto scoprire di chi si trattava, per cui mi misi subito all’opera, tornai a riva e tagliai a metà un centinaio di pallettoni da 26mm a base di carptrack banana birdfood mix, li misi in un sacchetto e li portai con me in acqua. Tornai all’erbaio incriminato distante circa un centinaio di metri da riva e con meticolosa precisione posizionai una ad una le mezze palline circondandolo completamente. Adesso era solo una questione di tempo e i miei dubbi sarebbero stati fugati, in cuor mio speravo solamente che le artefici di tutto fossero state le nostre amiche. Nel frattempo riposizionai tutte e quattro le canne nello stesso identico modo in cui le avevo posizionate fin dall’inizio, ero convinto che non c’era nulla di sbagliato sia negli inneschi che nella pasturazione e che le cause erano da ricercarsi altrove, verosimilmente attribuibili più alle condizioni meteo e non ad altro. Terminate queste operazioni decisi di tornare all’erbaio per dare un occhiata, e arrivai giusto in tempo per vedere tre enormi breme avventarsi sulle ultime mezze palline rimaste, si, purtroppo le artefici di tutto erano loro e non le nostre amiche carpe. Preso dallo sconforto più totale, deluso e amareggiato tornai a riva dove Barbara era ad aspettarmi sorridente e dolcissima come sempre. In quel momento, guardandola mi rivenne in mente la stupenda notizia che mi aveva da poco dato e tutto d’un tratto la tristezza e l’amarezza svanirono, lasciando il posto a una sensazione di felicità infinita. L’abbracciai e gli dissi:” tesoro mio, qui oltre ai gamberi anche le breme non dormono mai, mangiano le nostre palline tutto il giorno!” Entrambi scoppiammo in una fragorosa risata, entrambi eravamo felicissimi di vivere insieme quei momenti, felicissimi di quello che ci era accaduto, di quello che ci stava accadendo e di quello che doveva ancora accadere, perché eravamo consapevoli che di qualsiasi cosa si sarebbe trattato l’avremmo vissuto e affrontato insieme! Sul calar della sera uno stupendo tramonto rosso fuoco era lì a farci da cornice e noi, fortunatissimi spettatori eravamo lì a godercelo tutto d’un fiato. Oltre alle tenebre a farci compagnia avevamo per l’ennesima volta un violentissimo vento di tramontana, i vetusti alberi sulle nostre teste scricchiolavano paurosamente tanto che decidemmo di cenare all’interno della tenda di appoggio, che montammo un po’ più spostata rispetto alle gigantesche chiome. Non si sa mai, e poi meglio cenare tranquilli, o no? Eravamo in procinto di trascorrere la nostra ultima notte sulle rive del Salagou, Barbara cominciava ad avvertire qualche piccolo malessere dovuto certamente al suo stato e l’indomani saremmo inevitabilmente dovuti andare alla ricerca di una farmacia. Andava tutto per il meglio, eravamo felicissimi così e anche se le nostre amiche proprio non ne avevano voluto sapere di farsi fotografare, avevamo passato giornate meravigliose in quel paradiso e momenti indimenticabili insieme. Una fortissima emozione mi pervase totalmente quando Barbara con la sua stravolgente e innocente dolcezza mi disse: “dai che tanto ci tornerai e ne prenderai tantissime di carpe, e grandissime!”. Rimasi per l’ennesima volta senza parole, e anche se dentro di me già sapevo di aver un conto in sospeso con il Salagou sinceramente non mi interessava più di tanto, perché il regalo più grande che la vita poteva farmi lo avevo già avuto ed era lì accanto a me, anzi, ERANO lì accanto a me! Il fortissimo vento di tramontana fece di tutto per ritardare il nostro sonno e i nostri sogni, ma alla fine avemmo la meglio e sprofondammo in un idilliaco e appagante riposo. L’indomani ci alzammo di buon’ora per evitare di dover affrontare tutte le operazioni di smontaggio delle attrezzature, risistemazione, trasbordo e carico dell’auto sotto un impietoso sole cocente. Un ottimo caffè era proprio quello di cui avevamo bisogno per affrontare al meglio una giornata che di rilassante non avrebbe avuto proprio nulla, per non rischiare lo accompagnammo con un paio di croissant alla nutella e con un pizzico di malinconia ci godemmo l’ultima colazione in riva al lago. Cominciammo a smontare le tende, a richiudere i lettini e a riordinare non so quanta attrezzatura, questo è il vero incubo di ogni carpista, il giorno della partenza! A scusate, avete ragione, ne abbiamo due di incubi ricorrenti, il giorno dell’arrivo e quello della partenza, mia culpa! Totalmente assorti nelle predette operazioni quel bip bib bip biiiiii sembrava quasi fuori luogo, quasi un fastidio, un suono estraneo, ma… cosa sto dicendo? E’ la seconda canna, quella più lontana con le uncle bait, e pensando a tutto questo ero già con la canna tra le mani piegata all’inverosimile da una creatura che dall’altro capo della lenza tirava come uno shuttle, ero ancora incredulo e stralunato, mentre Barbara con lo scatto di un giaguaro aveva già afferrato la reflex, messo in modalità video e cominciato a registrare il tutto! Wow e che prontezza di riflessi, segno che le mie urla non erano sempre andate a vuoto! Non so come, indossai il giubbino salvagente e decisi di salire in barca perché il pesce aveva perentoriamente deciso che il lontano erbaio alla mia sinistra sarebbe stata la sua via di fuga, il sole cominciava a far capolino dietro le rosse colline a est e i luccicanti riflessi sull’acqua mi infastidivano impedendomi di prestare attenzione a dove il pesce fosse diretto. Cambio di programma, improvvisamente il pesce puntò lento ma deciso verso il largo, le poderose testate e i lenti movimenti mi fecero intuire che era certamente di buona taglia e che non ne voleva sapere di farsi vedere sotto la barca. Non dovevo avere fretta, non potevo, era l’unica occasione che avrei avuto, quindi la pazienza e gli ottimi ami carp’r’us sarebbero state le mie armi vincenti. Lentamente azionavo il motore elettrico per cercare di tenere il pesce lontano dagli erbai che di tanto in tanto cercava di raggiungere con caparbietà e ostinata precisione, ma dopo trenta lunghissimi minuti di tira e molla una stupenda cascata d’oro del Salagou rimase avvolta nelle maglie del guadino. L’urlo di gioia fu incontenibile e fortissimo tanto da essere perfettamente udito e registrato da Barbara che nel frattempo, complici le concitate fasi del combattimento, involontariamente avevo distanziato di circa cinquecento metri. Per evitare di traumatizzare ulteriormente il pesce non lo issai sulla portabote, perché per la fretta dimenticai di portare con me il materassino, quindi decisi di lasciarlo in acqua avvolto dalla rete del guadino mentre con la mano libera azionai il motore elettrico e molto lentamente raggiunsi la riva. Arrivato a circa dieci metri dalla terra ferma saltai in acqua dalla barca e accompagnai delicatamente il pesce fin sull’accogliente materassino a culla. Al momento che lo sollevai dall’acqua mi resi conto che certamente si trattava di un pesce di tutto rispetto anche se sinceramente poco importava, si, non era importante se fosse stata una carpa da cinque, dieci o trenta chili, era l’unica cattura effettuata al Lac Du Salagou in otto giorni, per cui per me indifferentemente dalla taglia fu il coronamento di quella fantastica avventura in terra francese. Non appena aprì le maglie del comodo guadino Barbara esclamò: “guarda ha mangiato le big baboll!”. Come non sorridere a tale esclamazione, e si, le Imperial Fishing Uncle Bait avevano colpito ancora (queste rosee palline non smetteranno mai di sorprendermi!), il loro dolcissimo profumo e ineguagliabile sapore erano riuscite ad ingannare anche una sospettosissima e svogliatissima regina del Salagou, poi gli ami e il filato Carp’r’us hanno fatto il resto, un team veramente vincente, ah dimenticavo c’ero anche io però, eh! A parte gli scherzi il pesce era stato perfettamente ingannato da uno snow man formato da una Uncle bait da 20mm affondante sovrastata da una 16mm pop-up, innescate su un lungo capello in fluorocarbon montato su un tenacissimo Carp’r’us cranked hook size 6. Una vera e propria arma letale! Il pesce era perfetto, bellissimo, in piena forma e per nulla stanco, tanto che non fu proprio facile convincerlo a posare per noi per qualche velocissimo scatto ricordo. Barbara fece un ottimo lavoro, pochi scatti ma buoni! Pochi secondi di video ma perfetti! Ma chi sarà il suo maestro? Mi concessi gli ultimi scatti in acqua con la mia amica francese, che non impiegò molto per farmi capire che era ansiosa di tornare nelle limpide acque del lago, il suo regno, e non fui di certo io a vietarle di farlo, anzi la accompagnai sulla strada di casa fino a che i polmoni me lo concessero, il momento più bello per le nostre avversarie e il premio più bello per noi, non credo ci sia soddisfazione maggiore se non quella di vedere le nostre combattive avversarie riguadagnare serenamente la libertà, ecco perché amo il carpfishing e la pesca sportiva in generale. Adesso era giunto veramente il momento di lasciare questo paradiso e come sempre la tenacia, la caparbietà, l’audacia, le ottime esche Imperial Fishing e l’ottima minuteria Carp’r’us avevano fatto la differenza anche in condizioni che sembravano veramente proibitive. Come di sovente succede non bisogna arrendersi, ma cercare sempre di trarre il meglio da qualsiasi situazione ci si presenti, cercando di analizzarla per volgerla a nostro favore o quantomeno per cercare di trarne sempre il lato positivo qualsiasi esso sia, anche il più piccolo e insignificante particolare potrebbe essere quello giusto per far cambiare le sorti della nostra sessione, o almeno io la vedo e la vivo così.  Le acque del Salagou scorrevano lentamente sotto la chiglia della portabote, la prua era rivolta verso la baia De Plots luogo in cui avevamo lasciato la nostra auto, seduti sulla barca fianco a fianco con i giubbini salvagente indossati scrutavamo curiosamente ogni angolo del lago così da imprimere indelebilmente nelle nostre menti ogni singolo particolare, un verdissimo erbaio, una spiaggetta nascosta, una porpurea roccia, uno stormo di gabbiani, facendoli per sempre nostri. Scrutando scrutando e navigando navigando di carpisti nemmeno l’ombra, un paesaggio surreale, distante anni luce dalle acque che normalmente siamo abituati a frequentare, sembra addirittura impossibile che ci si trovi nella Francia del sud, terra dalle innumerevoli acque frequentate da altrettanti innumerevoli appassionati di carpfishing. Se non fosse per il fatto che eravamo perfettamente coscienti di dove ci trovavamo, potevamo tranquillamente pensare che non fossimo nemmeno in Europa ma in chissà quale sperduto angolo dell’Africa. Stessa cosa dicasi per quanto riguardava i carpisti, se non fosse stato per il fatto di aver imparato a memoria il semplicissimo regolamento sarei stato sicuramente portato a pensare di aver sbagliato periodo e di aver pescato in chissà quale periodo di divieto di pesca assoluto. Di tutto questo ne parlai con alcuni amici pescatori di lucci incontrati sul posto i quali non fecero altro che confermare i miei assurdi pensieri, ovvero, quello a cui avevo assistito era assolutamente la normalità sulle sponde del Lac Du Salagou (una vera e propria oasi per carp anglers nell’arido deserto europeo!) durante l’intero arco dell’anno. Però è doverosa una precisazione, si perché è altrettanto vero che i pochi habitué del lago, sia che siano del posto sia che siano ospiti, si approcciano a questo come si conviene ad un luogo dalla mistica tranquillità, per cui adeguandosi al contesto, anche se ci sono non si vedono e non si sentono! Sarò molto sincero, tra tutte le acque che ho avuto la fortuna di frequentare il Italia e in Europa, finora questa è quella che più di tutte mi è rimasta nel cuore, le innumerevoli emozioni che mi ha fatto vivere resteranno per sempre indelebili nella mia mente e nel mio cuore, anche in questo momento, mentre sto scrivendo questo articolo mi viene la così detta “pelle d’oca!” ripensando a quei paesaggi, a qui fondali, a quella pace. Come d’incanto, disturbando improvvisamente il nostro relax la chiglia della barca si arenò nelle basse e limpide acque del lago, segno purtroppo che eravamo giunti alla fine della nostra avventura di pesca, da lì a un’ora gli ammortizzatori della macchina tornavano a chiedere perdono sotto lo stress meccanico causato dal peso dell’attrezzatura caricata. Un pizzico di malinconia mi pervase, non sarei mai voluto andare via da quel posto incantato ma poi, il profondo e dolce sguardo di Barbara mi fece tornare alla realtà, quella indimenticabile realtà che ci stava piacevolmente cambiando la vita per sempre e che dovevamo affrontare tranquillamente e responsabilmente. Fortunatamente i fitti dolori addominali di Barbara si affievolirono facendola stare meglio e facendo stare meglio anche me. Già che ci trovavamo non potevamo esimerci nell’effettuare un bel giretto perimetrale del lago, e ad ogni curva, ad ogni ansa, ad ogni collina, si presentavano ai nostri occhi meravigliosi scorci. Come al solito, non trovandoci in Italia, ciò che salta più agli occhi è l’assoluta cura maniacale per la natura e per i particolari, dai caratteristici cartelli in legno intagliati riportanti la dicitura “plage” (spiaggia) ai parcheggi rigorosamente liberi, in terra rossa, perfettamente ordinati e puliti, anche quelli realizzati praticamente nel nulla. Fu così che tra uno scorcio e l’altro percorremmo una stradina interna senza nome che si snoda dal lago per immettersi sulla D156 e fu proprio così che ci ritrovammo dentro una sorta di “red valley” dalle decorazioni molto particolari. Infatti tutto il paesaggio intorno a noi era un susseguirsi di piccole collinette rosso fuoco meticolosamente decorate da frasi, iniziali, pensieri o semplici disegni completamente realizzati con una moltitudine di pietre bianco latte, potete ben immaginare l’effetto cromatico dato da questo accostamento, terra rosso fuoco finemente ricamata con sassi bianco latte, una vera e propria opera d’arte all’aperto. Si viene colti da una strana sensazione, da pensieri surreali che ci portano a interrogarci su chi siano stati gli autori materiali di un simile componimento artistico, semplici turisti, ardui pescatori, spericolati bikers, inguaribili innamorati o chissà quale altra categoria, fatto sta che a perdita d’occhio i pensieri e i ricordi di chiunque sia passato da quelle parti e avesse lasciato il proprio contributo era fortemente tangibile, talmente intenso che irrefrenabile fu la voglia di fermare l’auto e scendere per lasciare il nostro piccolo ricordo. Il silenzio assoluto regnava sovrano mentre Barbara con i candidi sassolini componeva le nostre iniziali unite eternamente da una “&”, la red valley aveva stregato anche noi. La prima parte della nostra indimenticabile vacanza era terminata, ma avevamo altri otto giorni a disposizione per buttarci a capo fitto nella scoperta delle bellezze artistiche, naturalistiche e perché no gastronomiche della Camargue, della Provenza e della Linguadoca prima di ripercorrere a ritroso i 1.400 chilometri per tornare a casa. Ovviamente non starò qui a raccontarvi per intero il nostro viaggio turistico, ma certamente mi sento di dare qualche consiglio utile a chi voglia affrontare un’avventura simile in compagnia del proprio partner che magari del carpfishing non interessa poi così tanto, o quantomeno così crede! Dividere in due parti un bel viaggio all’estero non è poi una così brutta idea da propinare alla propria dolce metà, specialmente se il tutto viene condito con le giuste comodità di cui il gentil sesso ha giustamente bisogno. Quindi ricapitolando, mettiamo insieme: una bella location, del cibo fresco e gustoso, ottimi vini o birra a seconda dei gusti, poche ma buone comodità, un clima piacevole, un bel po’ di sano relax, bellezze artistiche a non finire, passeggiate con tanto di shopping nelle romantiche cittadine francesi ed ecco la ricetta perfetta per trascorrere un’indimenticabile vacanza di pescaturismo in compagnia del vostro partner, in uno dei tanti e magnifici laghi della Francia del sud! Se come noi, sceglierete questo itinerario non perdete l’occasione di visitare la bellissima città castello di Carcassonne e gli splendidi borghi di Marsiglia, Narbonne, Arles, Avignone, Saintes Maries de la Mer, Cannes e Nizza, oltre che, di assaggiare in ognuna di queste località gli squisiti piatti e vini tipici, non ve ne pentirete! Ma sì di questo ne parleremo meglio in un’altra occasione, magari, perché no dedicata, oltre che alla scoperta di nuovi itinerari ove praticare la nostra amata disciplina anche per scoprirne le bellezze artistiche e culinarie. Vi saluto dandovi appuntamento al prossimo articolo e augurandovi un “in bocca alla big a tutti”.

 

                      Sergio Ceccarelli

            Imperial Fishing & Carp’r’us

                         Team Italia

 






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