La mamma delle carpe

di Pino Maffei pubblicato il 08/02/17

In questo articolo vorrei esporre alcuni metodi per affrontare le carpe che si sentono al sicuro tra “le braccia della propria mamma” cercando di insidiarle e combatterle con maggiore sicurezza, riducendo soprattutto le possibilità di insuccesso. I laghi in questione nella gran parte dei casi sono “naturali” ossia specchi d’acqua che madre Natura ha generato per creare un habitat ideale per i suoi abitanti. Ma non mancano cave e bacini artificiali che rispondono a queste prerogative. Gli elementi che andremo ad analizzare allo scopo di direzionare al meglio le nostre strategie sono quelli che offrono sicurezza e riparo alle nostre amiche e si chiamano alghe, canneti e ninfee, elementi che insieme all’inacessibilità delle postazioni ideali danno vita alla formula perfetta per classificare un lago come difficile da affrontare. In Italia esistono bacini che rispondono alla perfezione a queste prerogative e per questo motivo un carpista che affronta prevalentemente le acque italiane deve saper affrontare al meglio queste particolari condizioni.

Spero anche questa volta di mettere al servizio di voi lettori le mie esperienze per far sì che servano anche a voi per avere le idee più chiare nel momento in cui vi troverete di fronte a simili situazioni. I laghi in questione sono spesso invasi ninfee, da alghe o da canneti disposti in modo che avvolgono tutto il perimetro del bacino o si presentano “a macchia di leopardo”, concentrati nei punti dove l’acqua è meno profonda. Questi tipi di ostacoli spesso lasciano pochissimo spazio d’azione tanto è radicata la loro presenza. Inutile dire che, tranne in rare occasioni, le carpe difficilmente si staccano dal sicuro abbraccio che gli offrono le ninfee, le alghe o i canneti.

Oltre che offrire sicurezza, la presenza di vegetazione e di alghe vive garantisce maggior ossigenazione e di conseguenza grandi quantità di cibo pronto per essere  sfruttato dalle nostre amiche carpe.

Perché allontanarsi di lì, perché uscire allo scoperto alla ricerca di nutrimento al centro di un qualsiasi lago? In alcune occasioni mi è capitato di catturare pesce al centro del lago o in zone completamente pulite nonostante la presenza di canneti e ninfee, ma di sicuro ogni volta che affronto queste tipologie di acque, dedico le mie attenzioni proprio verso quella porzione di acqua che protegge naturalmente le mie avversarie.

Affrontare queste condizioni di pesca richiede soprattutto una meticolosa attenzione nel preparare anticipatamente l’attrezzatura per riuscire a trovare il giusto compromesso che permetta di garantire la più elevata percentuale di successo.

Ovviamente in queste situazioni di pesca il long range la fa da padrone proprio perché le oggettive peculiarità di questi bacini, spesso circondati da un anello di vegetazione sulle sponde, offrono pochi spazi alla pesca in marginal (tecnica che prediligo di gran lunga).

Se si pesca in un bacino con elevata presenza di canneti e ninfee l’utilizzo del nailon non è consigliabile perché la treccia offre maggiori garanzie in caso di inerbamento della carpa, ed inoltre se si prendono in considerazione tutte quelle caratteristiche che nella pesca a lunga distanza la treccia ha nei confronti del monofilo, la questione neanche si pone.

Le componenti della nostra attrezzatura cui dovremmo rivolgere maggiore attenzione sono molteplici ed in questa sede cercherò di vagliarle parte per parte al fine di ottenere un quadro generale di come presentarci a bordo lago senza farci prendere dai dubbi o dalle incertezze dell’ultima ora.

Soprattutto se notiamo la presenza di ninfee o grossi banchi di alghe nell’immediato sottoriva bisogna prendere in considerazione l’utilizzo di un rod pod molto versatile o, meglio, di picchetti con generosa estensibilità, capaci di mantenere le nostre canne quasi in verticale per far sì che il filo che ne fuoriesce tocchi l’acqua il più lontano possibile riducendo al minimo il contatto con gli ostacoli che spesso si affacciano abbondanti anche sotto i nostri piedi. La treccia fa nascere il dilemma del rapporto capacità/diametro. Mi spiego meglio: in presenza di canneti e ninfee occorre pescare “pesante”, ossia non andare per il sottile quando si tratta di utilizzare una treccia, la quale esalterà le sue capacità nel momento in cui si troverà a fare da “sega a filo” in mezzo ai grossi tronconi sommersi di verdi ninfee o tra le giovani canne che si presentano sulla sua traiettoria. Una grossa treccia ridurrà notevolmente la capacità di contenimento nei nostri mulinelli impedendoci in tal modo di raggiungere postazioni “calde” a distanze non adeguate alla capienza delle bobine. In sostanza mettere una treccia fine consente di raggiungere postazioni distanti aumentando le possibilità di successo, ma spesso è causa di perdita del pesce quando esso si infila prepotentemente nelle ninfee (e lo fa nel 99% dei casi) nel tentativo di raggiungere il canneto e mettersi al sicuro anche dalla più efficace attrezzatura. “In medio stat virtus” ed il compromesso giusto è quello di usare una treccia forte da vincere l’abrasione delle ninfee  oppure utilizzare treccia di diametro inferiore ma “corazzarsi” con un lunghissimo shock leader da garantire un combattimento sicuro con lo shock abbondantemente infilato nella nostra bobina. Nonostante tutto la potenza con cui le carpe tentano la salvezza infilandosi nelle ninfee o nei canneti è tale che mi è capitato di costatare l’inefficacia anche delle migliori attrezzare anche in condizioni di massima sicurezza: ho potuto assistere inerme a terminali da 45 lbs troncati di netto a 250 mt di distanza senza poter far altro che aggrapparmi alla canna per non farmela sfilare via.

Se i nostri inganni vanno calati nei pressi della barriera costituita dalle ninfee o addirittura nei buchi di vegetazione in prossimità del bordo, la forza da esercitare per far girare il muso alla carpa allamata non deve essere molto ortodossa, pena la perdita del pesce.

Le montature dei nostri terminali devono essere caratterizzati da un’elevata capacità di autoferrata. Consiglio di utilizzare ami molto generosi soprattutto che abbiano un’elevata capacità d’appiglio. Le carpe, come già spiegato, tendono ad infilarsi tra gli ostacoli che fino a poco prima di essere allamate gli offrivano riparo. Una volta bloccate all’interno del canneto o del banco di ninfee o di alghe l’attrezzatura lavora molto “a corto” mettendo a dura prova non solo la parte finale della nostra lenza, ma anche la possibilità di slamatura che spesso avviene senza che noi ce ne accorgiamo.

Per quello che riguarda il tipo di piombo da utilizzare esistono due diverse scuole di pensiero: una propensa all’utilizzo di piombi a perdere, ed un’altra favorevole all’uso di montature in line.

L’utilizzo di montature a perdere garantisce al carpista una cattura diretta allorquando il piombo salta e una traiettoria più fluida in fase di salpaggio. Io personalmente adotto la soluzione “a perdere” soprattutto se gli ostacoli che trovo nelle vicinanze dei miei inneschi sono costituiti da canneti o da legnaie, da me definiti “ostacoli Hard”. Allorquando un piombo a perdere viene a contatto con un ostacolo Hard è molto facile che esso assolvi al proprio dovere, perché l’urto contro un ostacolo rigido facilita lo sgancio del piombo e permette di combattere il pesce senza dover anche gestire il fardello pendolante del piombo. Se invece il nostro ostacolo è del tipo “Soft” ossia costituito da alghe molli e filamentose, preferisco calzare un piombo in line. La mia scelta è dettata dall’esperienza avuta in bacini letteralmente soffocati da banchi di alghe al punto da far desistere molti carpisti ad affrontare spot con le caratteristiche appena descritte.

Se il piombo a perdere si ficca dentro un banco di alghe, difficilmente riuscirà a sganciarsi come quando si incastra in un ostacolo Hard, al contrario potrebbe opporre maggiore resistenza alla nostra lenza proprio a causa dell’eccessiva angolazione del piombo rispetto al terminale che non fa altro che aumentare il volume d’appiglio delle alghe e di conseguenza il “malloppo” che dovremmo sradicare prima di venire a contatto con il pesce. Il piombo in line, al contrario, crea pochissimo appiglio e riesce nella maggior parte dei casi a sfilare dal banco di alghe con una adeguata forzatura da parte della lenza.

Canne potenti di alto libraggio completano il quadro per poter considerare la nostra attrezzatura adeguata ad affrontare simili condizioni.

Un’altra considerazione da fare qualora si decidesse di affrontare acque con simili caratteristiche, consiste nel fatto che una volta allamata la carpa, il combattimento si svolgerà dalla barca. Oltre a ricordarvi che nel vostro portabagagli dovrete infilarci anche il giubbotto salvagente, esiste una strategia di recupero del pesce che ci permetterà di ridurre al minimo le opportunità di fuga che ha la carpa quando viene catturata da un’imbarcazione. Chi si mette ai remi (o chi guida il motore) svolge un ruolo importantissimo per la riuscita di tutta l’operazione, perché non deve mai direzionare la prua verso il pesce ma, soprattutto quando si è nelle sue vicinanze e lui ancora non si allontana del tutto dalle ninfee, la rotta della nostra barca deve seguire parallelamente la treccia che si inabissa, ponendo maggiore resistenza alle fughe disperate del nostro avversario. In poche parole, mettendo di prua la barca ridurremmo di molto la resistenza scivolando insieme a lei nelle zone che potrebbero garantirgli la fuga. Chi si trova a recuperare il pesce non dovrà mai far cedere la tensione della lenza, ma la sua responsabilità consiste nel mantenere un costante contatto con il pesce assecondando tutte le manovre del compagno ai remi. A volte capita che la carpa, persuasa dalle nostre decise e sicure azioni, decida di cambiare rotta e venire ad affrontarci a centro lago. L’inconsueto comportamento del nostro avversario è indice della bontà del lavoro svolto e, quando ciò accade, le possibilità di successo volgono nettamente a nostro favore.

Lottare con le carpe nelle acque ricche di ostacoli è sempre un confronto da superare con l’astuzia e con un livello di esperienza che deve essere sempre maggiore di quella delle nostre avversarie se si vuole portare a termine la sfida che da sempre turba i sogni di chi ha il sangue di carpista.

 






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