Tecnica

Tutto in un Istante

Di Pino Maffei pubblicato il 08/03/13

Una delle tante particolarità che contraddistingue un Angler da un’altro è senza dubbio il suo modo di ferrare. L’azione di pesca, tutta la strategia nel suo complesso, ha il suo culmine in questo gesto che spesso è del tutto istintivo e non tiene in  considerazione le particolari pre-tattiche di cui avrebbe bisogno.

Un gesto tanto rapido quanto decisivo, tanto semplice quanto complesso e determinante.

Nel momento della ferrata tutto il mondo intorno si annebbia, ci si concentra completamente sull’esito di essa.. si spera.. si suda ..si prega.. tutto in una frazione di  secondo.

Le nostre montature sono in grado di dare la prima “stoccata” alla preda di turno, ma una corretta ferrata ci consente di assicurare la completa penetrazione dell’amo, garantendoci così la sua tenuta per tutto il tempo del combattimento.

Per essere in grado di gestire la situazione bisogna valutare alcuni elementi che ci consentiranno nel momento decisivo di trovare soluzioni rapide ed efficaci. Il primo elemento su cui dobbiamo soffermarci è l’apparato boccale delle carpe, caratterizzato da due labbra carnose e consistenti, con delle bordature cartilaginee che insistono su di un palato duro ricoperto da uno strato carnoso e morbido. Il punto migliore per assicurare la tenuta dell’amo fino al “traguardo guadino” è proprio il limite tra le labbra ed il palato, laddove la curvatura dell’amo sembra essere stata forgiata per aderirne perfettamente. Ma l’amo non si conficca sempre nel punto migliore anzi, nella maggior parte dei casi, il contatto avviene nella parte più carnosa delle labbra. La consistenza delle labbra delle carpa varia in relazione del fondale che frequentano: la carpe che vivono in un fondale morbido e melmoso hanno labbra meno dure e barbigli più lunghi delle loro sorelle costrette a trovare alimento tra rocce e fondali ciottolosi. Di conseguenza, se si pesca in luoghi caratterizzati da fondali molto duri, la nostra ferrata dovrà essere più decisa di quando non si fa affrontando uno spot con fondali melmosi e morbidi. E’ buona cosa prendere in considerazione il fondale ed adeguarci alla situazione che andremo ad affrontare; eviteremo così di ferrare in maniera inopportuna causando facili slamature per effetto di un colpo inferto debolmente su una “bocca molto dura”  e, viceversa, rischiare di strappare la bocca della carpa per effetto di una ferrata troppo energica su una “bocca molle”.

Dopo aver preso in considerazione l’apparato boccale delle nostre avversarie ed i fondali che andremo ad affrontare, occorre fare un completo check up alla nostra attrezzatura, soprattutto le canne, ed adeguare la nostra  ferrata all’azione di esse. Le canne, sappiamo bene, si differenziano per il tipo di azione e per il libraggio che, oltre ad essere indice dei limiti di lancio delle stesse, è altresì espressione della potenza di trazione che si può esercitare sia in fase di combattimento che di recupero del pesce.

Una canna di basso libraggio e con azione parabolica risponde in maniera più “ritardata” rispetto ad un’altra canna con libraggio più alto con azione da punta e questo, a seconda delle situazioni che ci si presentano,  può essere un vantaggio o uno svantaggio. Un ferrata troppo decisa quando si pesca a corta distanza e si utilizza una canna “potente” è spesso causa di un’eccessiva forzatura nella fase di penetrazione dell’amo che, dopo aver raggiunto il suo naturale “fine corsa” continua ad essere sollecitato fino a lacerare la cartilagine della carpa non assicurando una perfetta tenuta per tutta la fase del combattimento. Al contrario durante una sessione di long range si deve esercitare la giusta sollecitazione sull’attrezzatura in fase di ferrata per essere sicuri, a distanze estreme, che il gesto imposto alla canna riesca ad essere trasmesso per tutto il tragitto che divide il cimino della canna all’amo. Più una canna è parabolica, più la ferrata può o deve essere decisa, mentre, al contrario, se si utilizzano canne ad azione di punta, paraboliche progressive  e comunque di libraggio che si aggira attorno alle tre libbre, l’azione da incidere sulla canna deve variare a seconda delle condizioni di pesca. Traendo conclusione da quello appena esposto si può pensare che occorrerebbe avere a disposizione una batteria di canne per ogni situazione che andiamo ad affrontare, ma ad un esborso monetario a dir poco esoso si può ovviare adeguando il nostro comportamento in fase di “stoccata” a quello dell’attrezzatura che possediamo.

 

 

Un altro elemento da tenere in considerazione è l’utilizzo del monofilo o della treccia  nelle nostre lenze. Bisogna dire che la treccia, soprattutto in fase di ferrata a distanze estreme può dare una risposta molto più efficace e rapida di quanto sia possibile fare con un monofilo di nylon, ma i benevoli effetti che ne scaturiscono quando si pesca long range possono divenire assolutamente deleteri in fase di pesca a corta distanza. In questi frangenti la rapida reazione che la treccia imprime alla nostra attrezzatura può causare un’eccessiva penetrazione dell’amo con conseguente lacerazione dell’apparato boccale della carpa e successivo pericolo di slamatura. In questo caso sarebbe buona norma dotarsi di doppie bobine dei nostri mulinelli e passare dalla treccia al monofilo a seconda delle situazioni di pesca che andremo ad affrontare, oppure, in caso di pesca a corta distanza , essere molto morbidi e freddi al punto di “carezzare” la tensione della treccia fin quando non si arriva a contatto con il pesce e subito dopo dare un’impeccabile colpo di polso alla canna per imprimere all’amo la giusta potenza atta a far sì che esso penetri il giusto da garantirci il salpaggio.

Anche il piombo non deve essere trascurato nella valutazione della nostra attrezzatura; esso è un elemento essenziale che deve essere ben ponderato se non si vogliono avere sorprese nel momento culminante della nostra pescata. La dimensione del piombo incide in maniera determinante sull’autoferrata del nostro terminale, più esso è pesante, maggiore sarà la penetrazione che l’amo infliggerà autonomamente ed indipendentemente dal nostro intervento. Soprattutto quando si pesca a lunga distanza, si affida almeno l’ 80% delle speranze di aggancio all’azione del nostro terminale autoferrante  e per questo si tende ad utilizzare piombi molto pesanti per consentirci un certo margine di sicurezza atto a supplire alle numerose “gobbe” della nostra lenza che ritardano di molto il contatto nel momento culminante. Di contro, quando si pesca  a corta distanza ed “al lancio” il piombo deve adeguarsi alla potenza delle canne e spesso è notevolmente più leggero di quelli “poggiati” durante le sessioni di long range apportando in tal modo un minor supporto in fase di autoferrata al quale si dovrà sopperire con un’ idoneo colpo di mano.

Durante il controllo generale della nostra attrezzatura non bisogna mai dimenticare un elemento essenziale come l’amo se si vogliono evitare brutte sorprese nel momento decisivo e, soprattutto, se non si vuole vanificare un’ottima performance in fase di ferrata per non aver prestato attenzione alle condizioni e al tipo di amo che guarnisce la nostra esca. Anzitutto è necessario, al momento dell’innesco, un attento controllo delle condizioni dell’amo, anche se esso è appena uscito dalla confezione non bisogna mai fidarsi. Controllare se la punta evidenzia delle seppur minime imperfezioni, provare sul polpastrello o sull’unghia del pollice la sua affilatura e, se non vi convince, non esitate a sostituirlo immediatamente. E’ da tener presente che più il filo dell’amo è sottile e maggiore è la sua capacità di penetrazione, a discapito di una più “consistente” tenuta durante i bruschi colpi che la carpa infligge durante il combattimento, maggiormente accusati da una treccia che da un monofilo.

In questa fantastica disciplina qual è il Carpfishing niente può essere lasciato al caso, e seppur ci troviamo ad affrontare intere giornate di inattività, basta un gesto errato a vanificare un lunghissimo periodo di sacrificio. Prevenire in questo caso è sempre meglio che curare, anche perché “la carpa  della vita” capita molto raramente e, guarda caso, ogni volta che una carpa ci sfugge, è sempre la più bella e la più grande di tutte.


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