Tecnica

Freddo di stagione...

Di Quirino Riccitelli pubblicato il 19/01/16

Freddo di stagione…

L’inverno che in tanti bramavano è oramai giunto, tanto da far registrare qui in Campania minime di gran lunga inferiori allo zero. Da una settimana a questa parte c’è stato infatti un sensibile calo delle temperature e di conseguenza, in montagna, i laghi hanno cominciato il consono processo di congelamento. Prima che questo si completi del tutto ho dunque voluto approfittare degli ultimi giorni utili per tentare con una nuova sessione di 3 giorni (probabilmente l’ultima possibile fino a marzo/aprile in questo bacino che gradualmente ghiaccerà sempre più); le sponde sono vuote da parecchi giorni oramai, nonostante sui social numerosi fenomeni giuravano che ci sarebbero stati eccome a sgomitare per uno spot. Il perché è facilmente intuibile: fa davvero freddo e, per di più, in questo periodo risulterà davvero difficile catturare qualche carpa.

Cappottare non conviene a nessuno, così come sfidare le minime e certi freddi letteralmente taglienti.Pescare in questa stagione non è qualcosa di scontato, anzi…

Non vorrei passare per un dispensatore di consigli banali, ma sconsiglio vivamente a chi non è attrezzato con stufe, tende idonee e quant’altro di addentrarsi o provare a sfidare con leggerezza i rigidi inverni. Spesso ho pescato con carpisti che, prima di vendere l’attrezzatura, hanno dovuto pagare pegno, dal momento che (quasi sempre) la cervicale o altri tipici “fastidi da carpista” rappresentano la logica conseguenza dei nostri errori di valutazione o della nostra superficialità.

Pensiamo dunque anche alla salute e (nel caso in cui la dea bendata ci premi con una partenza) prima di uscire dalla tenda, frenetici di ferrata come siamo, copriamoci bene perché spesso sono di gran lunga più pericolosi gli sbalzi tra il dentro (tenda) e l’ambiente esterno, piuttosto che un freddo o un caldo costanti anche se insopportabili all’apparenza.

Acque dense impongono regole ben precise, ma andiamo per gradi senza fare confusione.

Il primo aspetto importante da considerare è quello legato alla quantità di pastura; lo scopo prioritario sarà anzitutto non esagerare, ed inoltre è indispensabile che le palline scelte siano il più digeribili possibile.

In rete sono consultabili diversi studi universitari che mirano a valutare in che modo la carpa si nutre, in relazione alla variazione di temperatura dell’elemento liquido; la maggior parte di questi studi rispecchia però solo parzialmente la realtà delle nostre acque, in quanto condotti prevalentemente su carpe di allevamento e non in “condizioni naturali”. Risulterà pertanto non poco complicato comprendere quali siano le vere risposte da parte dei ciprinidi ai prodotti che mettiamo in acqua. Sfortunatamente quello corrente non è un periodo di massiccia attività alimentare, visto che l’acqua nel lago che ho scelto per queste 2 notti è di circa 2 gradi al momento; una temperatura talmente bassa che lo stesso risulta già parzialmente ghiacciato (in riferimento ai primi metri di sponda). Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza per quanto concerne questa stagione in cui il fotoperiodo e il rallentamento dell’attività metabolica ci remano contro.

Un giusto approccio è quello che evita il più delle volte “esche pesanti” sotto il profilo proteico cercando, allo stesso tempo, di non saziare le carpe già svogliate di loro. La tattica che mi ha regalato in passato le maggiori soddisfazioni è pasturare in modo diverso sui tre inneschi, mettere cioè in campo una sorta di “pasturazione differenziata”, per riuscire ad analizzare in modo critico e separato i risultati e le relative risposte dei pesci.

In genere, per partire, inizio pasturando con circa un chilo di palline totali, distribuite su tre canne in un’area abbastanza ristretta (concentrandole in prossimità dell’innesco e spaccandone una metà circa preventivamente).

Quasi sempre scelgo di “apparecchiare” il primo innesco con mezzo chilo di boilies, il secondo con 300 grammi e il terzo con 100-150 grammi (quantità a scalare). Impiego spesso anche i dip che aiutano (specie in questa stagione) a veicolare i messaggi alimentari irradiati dalla zona pasturata. Se non parte nulla non rinnovo la pastura e evito di entrare in acqua o ricalare, per non insospettire ulteriormente le carpe già ferme, grazie al fatto che l’acqua fredda indurisce le palline e permette di prolungare i loro tempi di immersione. Visti i quantitativi appena riportati, è facilmente intuibile che preferisco attuare un drastica riduzione in inverno in termini di quantitativi.

Un altro aspetto da valutare è quello legato al pesce di disturbo. In inverno si assiste generalmente ad un rallentamento dei bip, ciò perché scardole, tinche e le stesse carpe dimostreranno una minore attitudine agli spostamenti. Restringere il raggio di azione attorno alle carpe è ciò che in teoria vorremmo raggiungere.

La pigrizia alimentare dipende dal rallentamento invernale dell’attività metabolica (parliamo di animali a sangue freddo). A tal proposito apro una piccolissima parentesi riguardante i diametri. Si riuscirà difatti a stare in pesca anche con diametri inferiori, pertanto converrà optare per palline più piccole (16mm), cosa impensabile nelle altre stagioni. Utile dunque scendere coi diametri, vista anche la svogliatezza e le slamate frequenti (nella remota ipotesi in cui ce ne sia per davvero qualcuna).

Zone migliori: con acque fredde le zone con una maggiore esposizione al sole, i fondali provvisti di sassi, prismate o qualunque altro fattore che contribuisca alla creazione di un microclima favorevole (un certo tepore), rappresenteranno zone da preferire a priori.

Concludendo: La valutazione fondamentale è quella della determinazione della giusta quantità di esca da mettere in acqua; un argomento simile andrebbe approfondito ulteriormente perché è ben diversa la teoria dalla pratica. Sarebbero altresì d’aggiungere una serie di considerazioni e variabili, diverse da lago a lago. Ipotizzando comunque di avere le classiche tre canne in acqua, suggerisco di usare un quantitativo utile ad intercettare la maggior parte delle carpe che nuotano nel nostro spazio, senza rischiare di saziarle. Invogliarle a mangiare i nostri inneschi, senza scartarli perché sazie (troppa pastura), e/o non individuarli perché non attirate opportunamente. Il metodo prima indicato (quantità a scalare) risulta efficace, sempre che ci sia stata precedentemente una giusta scelta del settore di pesca. In altre parole bisognerà scegliere innanzitutto un buon posto dove calare, stando ai metodi prima indicati (zone migliori) e abbinando a ciò una corretta strategia di “richiamo”.

Tornando alla sessione, cos'altro dire? Beh mi è andata bene: una carpa persa e un’altra presa… non male! Prossimamente continuerò a trattate questo interessantissimo argomento, stay tuned…









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Commenti

Mattia Travsasoni il 20/01/16
Grande Quirino!


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