Tecnica

Fango: come affrontarlo

Di Mattia Travasoni pubblicato il 27/04/13

Fango: come affrontarlo

-Cavoli è tutto fango! Dobbiamo trovare un punto duro!- Queste sono le parole di un sacco di carpisti quando si imbattono in aree fangose. Chiaro, il fango sembra essere un’area poco produttiva dove ricercare le carpe e oltretutto è difficilmente codificabile come una zona di alimentazione o addirittura proficua per la pesca. Questa rientra tra le approssimative regole trasversali del carp fishing moderno. Tutto ciò Deriva dal fatto che per ricercare buoni spot di pesca, questi devono in primo luogo derivare da zone di alimentazione oppure di stazionamento dei pesci, poi la scelta dello spot diventa secondaria.

Per far funzionare meglio il nostro inganno, una zona a fondale duro sicuramente facilita le fasi di deposito e di pesca in senso generale. Pensate solo a un fondale sabbioso dove le nostre esche e il nostro piombo affondano poco incarnando realmente ciò che un carpista desidera.

Soltanto in alcuni casi troviamo spot in cui le carpe si alimentano in spessi strati di melma; ma dove sono queste situazioni? E’ possibile trovarle in invasi artificiali come le dighe dove, in primis, il vecchio letto del fiume trova solitamente ambienti di deposito ricchi di materiale inconsistente, poi acque in cui la natura argillosa del terreno definisce ampie aree fangose oppure zone di deposito di qualsiasi genere o ancora situazioni in cui la pressione di pesca ha condizionato le carpe a pattugliare tali ambienti. Mi sono imbattuto nel fango in numerose sessioni, a partire dai laghi di origine glaciale, arrivando alle zone di acqua salmastra tipiche delle cave costiere il cui fondale melmoso è assolutamente mefitico e sconsigliabile alla pesca tanto che difficilmente le carpe lo ispezionano o vi trovano cibo.

L’odore sgradevole del fango trasferito all’esca non è un elemento sempre negativo, quanto più deve trovare correlazione con la quantità di cibo che quel substrato può riservare.

Molti carpisti tendono a evitare i fondali a odore sgradevole ma qualora possano essere presenti alimenti al suo interno allora diventa un ambiente proficuo alla pesca.

Teniamo presente che l’odore del fango (tipico quello trasportato sulla nostra esca) non è percepito come sgradevole per le carpe, anzi, loro ci vivono in mezzo diventando una situazione comune.

L’unica circostanza che evito a prescindere è rappresentata dalle aree fangose ad acqua salmastra indipendentemente dall’odore emesso.

Pescarci all’interno? Ma certo!

Ora pesco spesso nel fango ma qualche anno fa lo avrei evitato come la peste. Ho selezionato però solo certe acque, particolarmente quelle in cui la pressione di pesca ha spinto le carpe a restare molto attente verso le solite aree battute dagli altri carpisti, infatti, se la sessione risultava infruttuosa sui margini dove vi era qualche spot duro e ultra sfruttato, tutto cambiava non appena ci si allontanava verso altre zone, magari in cui solo una piccolissima percentuale di pescatori vi dedicava attenzione.

Il vecchio letto del fiume tipico nelle dighe e che oltretutto è semplicissimo da rilevare con qualsiasi ecoscandaglio, trova situazioni solitamente fangose derivanti da un lungo e lento processo di deposito.

Cha sia l’una o l’altra situazione non è problematico pescarci ma servono alcune accortezze che possono cambiare diametralmente l’esito della sessione.

Per dedurre la scelta della presentazione adatta, ho pensato a come una carpa si alimenta e per la ricerca del cibo o delle nostre esche, la dinamica consiste nell’immersione del muso all’interno della melma ogni qualvolta percepisca un segnale alimentare. Siccome la ricerca non avverrà assolutamente coinvolgendo il senso della vista ma unicamente il “fiuto” (se così posso definire il suo complesso sistema di identificazione degli alimenti), non cercherà esche sulla superficie ma le andrà a scovare all’interno del limo. Ma allora perché un’esca alleggerita può essere migliore? Semplicemente perché più la superficie della nostra esca sarà esposta all’acqua, più potrà emettere i suoi segnali diffondendoli ovunque; farebbe lo stesso anche in mezzo alla melma, ma sarebbe assolutamente più ovattata.

Alleggerire l’esca diventa quindi fondamentale, tuttavia a tal fine non esiste una soluzione migliore dell’altra, una spugnetta è efficace ma una pop up ancor di più; l’importante però è creare un innesco ad assetto neutro per farlo agire in modo corretto. 

Non formalizziamoci se una volta recuperato puzzerà di melma, le carpe come dicevo, sono abituate.

Anche il terminale segue una dinamica particolare, tendo a crearlo di una lunghezza approssimativamente analoga allo strato di malta inconsistente per far in modo che la carpa possa intercettare l’esca come una qualsiasi boilies da pastura. Assolutamente su tutti, amo utilizzare filati morbidi come il 3X-Link di K-Karp per migliorare la presentazione del rig che non segue processi costruttivi ingegneristici bensì soluzioni rapide, adatte appunto all’acqua battuta.

E la pastura?

Avete mai provato a immaginare cosa succede a una boilies da pastura lanciata nel fango? Questa si appoggia al fango e dopo appena 10minuti è già sotto qualche centimetro senza poter esprimere il massimo della sua efficacia. Per ovviare a questo problema possono intervenire vari ingredienti come la farina di gambero oppure i classici mix pop ups coi quali sarà possibile tagliare grandi quantità di mix. Non è corretto trovare percentuali standard per tutti i mix poiché ogni sfarinato possiede pesi specifici diversi per cui sarà necessaria una quantità sempre diversa di mix pop up per raggiungere il medesimo risultato. Sul mix che utilizzo comunemente raggiungo il 3-4% di mix pop up CC Moore ottenendo esche piuttosto leggere che riescono a depositarsi delicatamente sul fondale fluttuando sulla sua superficie per molto tempo. La farina di gambero diventa un elemento di difficile gestione ma anche con quest’ultima è possibile spingersi in esperimenti efficaci raggiungendo ottimi risultati.

Pop Up o affondante?

Una grande diatriba sta nell’uso di esche pop ups oppure esche affondanti. La risposta la si trova direttamente osservando come una carpa si alimenta in queste circostanze dove, come dicevo, solitamente pianta il muso nella melma evitando la ricerca sopra la sua superficie. La vista diventa appunto un senso che passa in secondo piano prevaricato dall’uso di altri organi sensoriali che identificano la presenza di cibo in modo più preciso. È deduttivo che su fondali fangosi sarà molto faticoso avere acque limpide e sicuramente verranno velate da parecchio materiale colloidale in sospensione. Con pesci che piantano il muso sul fondo di default, un’esca sospesa è superflua e spesso non genera partenze, tuttavia una boilie alleggerita diventa un’utile soluzione per far sì che non sprofondi. È quindi un’eccellente soluzione impiegare snow man o esche ad assetto neutro, evitando che il rig passi inosservato.

Sicuramente il capitolo da me trattato solleva un argomento molto vasto del carp fishing moderno, tanto che ho dovuto tralasciare alcuni aspetti per dar spazio a variabili più pratiche.

Tra gli argomenti importanti non approfonditi trovo la scelta della dimensione dell’esca ma sarà probabile argomento futuro fondato come sempre sulle mie esperienze in pesca.


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