Itinerari

Delta del Po, parte seconda

Di Agostino Zurma pubblicato il 29/09/15

 

Il Delta moderno

Il territorio basso polesano è irrorato dai sei principali rami con cui il Po definisce il suo Delta e sfocia in Adriatico. Come conosciuto ai giorni nostri il moderno Delta ebbe origine fra il 1598 ed il 1604  quando i tecnici veneziani decisero di deviare verso sud il tratto conclusivo del grande fiume. Con questa imponente opera d’ingegneria idraulica furono formati tre nuovi rami, il Po di Gnocca o della Donzella verso sud, il Po di Venezia verso est e il Po di Maistra verso nord. Una ragnatela nella quale le sue principali diramazioni si presentano con aspetti e caratteristiche differenti pur essendo tra di loro limitrofe. Ecco quindi il Po di Gnocca o della Donzella,il Po delle Tolle e il Po di Maistra. Poi Il Po di Venezia che origina oltre al Po della Donzella e di Maistra  il Po di Levante. Quest’ultimo simile a un canale identifica la via navigabile dalla cittadina di Porto Viro, attraverso la conca di Volta Grimana, sino a Porto Levante e a Chioggia nella Laguna di venezia. Il Po Della Pila è il più maestoso (vi converge circa il 60 % della portata del fiume) che con i due brevi rami,  le due bocche di Scirocco e Tramontana da cui si dipartono, costituisce la punta estrema del Delta verso il mare. Più a sud il Po di Goro fa da confine con il suolo ferrarese.

 Possiamo affermare che questi luoghi rappresentano la più importante ed estesa zona umida di tutto il nostro paese e tra le ,maggiori d’Europa, un patrimonio naturale d’enorme importanza riconosciuto tale, unitamente alla Camargue e al Delta del Danubio, anche a livello internazionale. Come si può intuire una fusione di acqua, terra e aria nella quale si originano e si sviluppano svariate forme di vita animale e vegetale e dove, il Polesine,questo lembo estremo della Pianura Padana trova la sua massima espressione paesaggistica.

 

 

Flora

Indicativamente i vegetali presenti nel Delta del Po rappresentano almeno 970 specie,

questa enorme ricchezza è dovuta alla grande diversità di ambienti in esso presenti. I suoli sabbiosi e quindi molto asciutti, danno ospitalità ad una vegetazione tipica di ambiente mediterraneo,tamerici, leccio, orniello e arbusti  quali il ginepro, l'asparago pungente, ecc. Nelle aree più staccate dal mare, che propongono un suolo più umido, caratterizzato da elevata composizione di argille e sostanze organiche, ma sempre in presenza di acqua dolce e si trovano invece la farnia, il frassino ossifillo, il pioppo bianco, il carpino bianco e l'olmo, accompagnati da una notevole varietà di arbusti come ad esempio biancospino, ligustro, viburni, ecc. Non mancano folti canneti.Il paesaggio del litorale è contraddistinto dalla presenza simultanea di pino domestico e pino marittimo, entrambe le specie impiantate in modo artificiale in epoche diverse.

Negli specchi d'acqua veri e propri sono molto diffuse le idrofite quali la ninfea, il nannufaro e la castagna d'acqua.Nelle aree marcate dalla presenza di acqua salmastra troviamo in forma maggiore il fieno e la lattuga di mare, la salicornia veneta e la tamerice. Tra gli avvallamenti delle dune, nelle zone più vicine alla battigia e nel retro degli scanni, dove ancora è presente acqua salmastra, scopriremo vari giunchi e la sparto delle dune.

 

Fauna

Il Delta del Po è un territorio straordinario anche dal punto di vista faunistico, valore che contribuisce, con quanto descritto per la flora, a renderlo un prezioso e delicato ecosistema e ad essere considerato  una delle zone umide più importanti d'Europa.

Nell'area deltizia si preserva un importante e prezioso patrimonio costituito da molte specie di uccelli acquatici: stanziali, migratori e di passo.
L'airone cenerino, rosso, bianco; la sgarza a ciuffetto, il tuffetto, lo svasso maggiore la nitticora; il cavaliere d'Italia; la pittima reale; la beccaccia di mare; l'avocetta; la sterna comune e dalle zampe nere, il fraticello, il beccapesci; il falco delle paludi,  oche selvatiche, anitre di vario genere come la marzaiola, il germano reale, la pesciaiola, la folaga, la moretta ecc.oltre a gabbiani e cormorani.

 

 

 

 

 

 

 

Molti di questi uccelli hanno scelto il delta del Po come luogo ideale per nidificare, indisturbati in un'area, inviolata. Ad affermare la sua unicità e la sua propensione a padre assoluto degli ambienti acquatici il Delta del Po, nei pressi dell’Isola di Albarella, ospita una numerosa colonia di Fenicotteri Rosa ormai da anni ambientatisi nel territorio, completandolo con la loro maestosa e affascinante presenza.

Un cenno anche ai mammiferi presenti, volpi, lepri, ricci, talpe, e nutrie, mentre tra anfibi e rettili si possono citare rane agile, verde e dalmatina, rospi comune e smeraldino, raganelle, tritoni, testuggini e bisce d'acqua.

I pesci sono rappresentati dallo storione cobice, lucci, carpe, tinche, persici, aspi, siluri barbi e pesci gatto ecc. per quanto riguarda l'acqua dolce, cefali, spigole, orate e anguille ecc. per quanto riguarda l'acqua salmastra. I molluschi più diffusi sono le Cozze e le Vongole, importanti per l'economia locale.

 

La grande paura

Polesine non è solo fascino, mistero e unicità, ma anche contenitore naturale di forze leganti e nello stesso tempo travolgenti.

Ancora non ero nato quando una grande tragedia colpì il fragile territorio polesano

Sua Maestà il Po manifestò la propria autorità e dimostrò con inaudita violenza l’impossibilità dell’uomo a contenerne la grande forza: alluvione !

La data in questione segnava il 14 novembre del 1951 la sponda sinistra del Po originò la spaventosa inondazione che rovesciò nelle campagne del territorio polesano otto miliardi di metri cubi d’acqua allagando 99.506 ettari uccidendo 88 persone e distruggendo al suo passaggio 5.674 case, 965 km di strade e 60.000 km di argini. Un disastro per l’intero comparto economico dal quale la piccola Mesopotamia padana forse  non si è più risollevata. Una devastazione idrogeologica che al “granaio d’Italia “, come era stata apostrofata dal Duce in persona, dove lavoravano oltre 90.000 persone, portò anche una violenta e progressiva emigrazione che ridusse notevolmente la popolazione locale. Ancora oggi gli abitanti degli agglomerati sistemati lungo le varie centinaia di km di sponde e non solo, tutti quelli insediati nel territorio polesano vivono con ansia l’ingrossarsi del fiume, che colmo di acque limacciose, ci ricorda le sciagure trascorse. Alla fine l’emergenza finì, lasciandosi alle spalle decine di migliaia di sfollati, enormi quantità di ettari che rimasero invasi per mesi dalle acque e dal fango e un numero enorme di carcasse di animali che non di rado richiesero l’uso del lanciafiamme per essere eliminate. L’aggravarsi della condizione del polesine e dei suoi abitanti continuava, nel primo quadrimestre del ‘52 i casi di tubercolosi aumentarono del 33%. Il mondo del lavoro disegnava una disoccupazione inarrestabile, indicando come unico rimedio la via dell’emigrazione, in vent’anni abbandonarono il Polesine centomila persone.


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