Tecnica

Contro il freddo e la bassa pressione

Di Quirino Riccitelli pubblicato il 08/12/12

Autunno in corso ok, ma in certe zone dello stivale il freddo inizia davvero a farsi largo, costringendoci a riaprire i vecchi scatoloni con i più imbottiti giubbini o, se preferite, vista l’attinenza al nostro settore, cappotti. Ho la fortuna di poter frequentare costantemente due laghi posti ad altezze notevoli, in questi ambienti le stagioni sono diverse da quelle della consona pianura, l’autunno ha già lasciato il posto al più rigido degli inverni e se giù piove, beh qui nevica senza troppi fronzoli, visto che parlo di altezze a 3 zeri. Spesso ed improvvisamente una torrida estate può repentinamente trasformarsi in una fradicia sessione invernale, perciò nulla va lasciato al caso, a partire da un giusto equipaggiamento a livello di indumenti, seguendo alla lettera il detto campano “caldo di panno non fa mai danno”. Proprio ieri sono rientrato da 5 giorni estremi, non pensate però a vento e pioggia, piuttosto a bellissime giornate di sole, beh sono proprio queste quelle maggiormente pericolose a livello di temperature, infatti in questo periodo e a queste altezze le belle giornate e il tepore di quelle poche ore di luce, durante la seguente notte si trasformano inevitabilmente in brusco calo delle temperature con conseguente sofferenza avvertita. Non è trascurabile il fotoperiodo: in questa stagione nel lago che ha ospitato la mia sessione, il sole durante il mattino spuntava dalla montagna intorno alle 7:00 per poi tramontare intorno alle 16:00, ciò significa che le ore notturne e l’assenza del sole erano ben più durature delle ore diurne, parliamo di 9 ore di sole contro ben 15 ore di notte. Non è ancora il periodo del ghiaccio a riva, ma ci siamo davvero vicini, dato che durante la quarta notte la temperatura è scesa fino a -2 gradi centigradi. Francamente il freddo non mi spaventa, anzi per certi versi lo preferisco, probabilmente questo pensiero è condiviso da altri carpisti che durante la mia permanenza anticipata dal tradizionale weekend di un paio di giorni, in modo da riuscire ad occupare i miei spot preferiti, hanno invaso quasi la totalità delle postazioni disponibili, circondandomi letteralmente e pescando a pochi metri dai miei segnalini. Avevo deciso di posizionare i miei inneschi a vista, senza ausilio di ecoscandaglio,  in pochi metri d’acqua (2,5 m) e su un fondale caratterizzato dalla presenza di grossi massi, che durante le ore di sole caricavano un po’ di energia solare, creando nei loro pressi una zona interessante in termini di temperatura in acqua. Pescavo sotto un’isola che nel periodo estivo è invece fuori dall’acqua, più volte a piedi ho scrutato meticolosamente la conformazione del fondale, tanto da riuscire a calare a memoria, individuando quegli scalini senza grosse difficoltà ed in poco tempo. Probabilmente però la mia idea non era poi tanto una genialata, dato che molti altri posizionavano inneschi a profondità elevate e catturavano comunque, c’era effettivamente qualcosa di strano eppure confidavo in quegli hot spots. Come spesso accade tutto è il contrario di tutto e diventa ancor più difficile riuscire ad uscirne quando le lenze che tagliano l’acqua sono troppe e la pressione di pesca si fa sentire, tanto da mandare le carpe in allarme e a bloccare il lago che nei primi giorni (prima del weekend e dell’arrivo di troppi carpisti) aveva regalato numerose catture. Praticamente i primi 2 giorni (mercoledì e giovedì) sulle sponde c’erano solo 3 tende, un totale di 4 carpisti e quindi 12 canne in acqua, nel weekend c’erano invece 14 tende e dunque circa 50 canne in acqua. Il problema di base è sempre quello della pasturazione: i soliti scienziati che arrivano e li vedi da lontano che riversano il secchio intero in acqua per poi usarlo come segnalino, calano, tornano a riva e a fine sessione lasciano in acqua il segno della loro passata presenza, tanto c’è sempre il fesso di turno che passa e rimuove lo sporco degli altri dentro e fuori dall’acqua. Polemiche a parte, osservare il comportamento anche se sbagliato degli altri è basilare, specie se freddo e pressione non sono dalla nostra parte; In questi casi c’è da rispolverare vecchi trucchetti e considerare il lago con un approccio diverso. La domanda che mi sorgeva spontanea, vista la consapevolezza di un blocco nelle partenza che invece fino a quel momento si erano susseguite generosamente, era: “come posso continuare a catturare nonostante tutto?” Fortunatamente il superfluo che spesso uno porta con sé tanto per, a volte torna utile e, anche stavolta, una strategia che adopero spesso in bacini di piccole dimensioni, si è rivelata fruttuosa. Essenzialmente la concentrazione di pastura nei pressi dell’innesco attraverso i canonici stick mix era probabilmente la più ovvia, però diversificare vuol dire farlo per davvero, perciò 3 canne, 3 differenti stratagemmi contro freddo e pressione. In genere per riuscire a comprendere se la variazione di strategia è o meno efficace, serve lasciare una canna come “negativo”, ossia senza alterare la pasturazione impiegata fino a quel momento; A questo aveva già pensato il mio socio che andava avanti per la sua strada, senza aver alcuna intenzione di variare approccio (gli è andata male!). Sotto la prima canna, ho preferito utilizzare un classico stick mix bagnato con diversi liquid foods senza acqua, specialmente con il feedstim XP, un eccezionale stimolatore d’appetito che va ad esercitare una azione attrattiva indipendentemente dalle temperature che caratterizzano l’elemento liquido. Per la seconda canna ho scelto uno stringer bagnato in un liquid food PVA friendly che si incolla letteralmente al PVA e alle palline, colando sul fondale mano a mano che il PVA si scioglie e che le particelle dello stesso si diffondono in acqua. Sulla terza canna, quella che mi ha fatto registrare più partenze, ho provato ad inventare una nuova strategia, basata sull’utilizzo dei Powders, ossia di quelle polveri che molte aziende producono e che si impiegano o nel self made, oppure come dip in polvere. L’utilizzo del powder come dip, seguendo la scuola di pensiero classica, vuole l’immersione dell’innesco in acqua e poi il suo contatto con la polvere per una copertura integrale. Io ho optato invece per un doppio strato, creando una sorta di “doppio dip”. Primo passaggio: immersione della/e boilie/s nel liquid food o nel dip; Secondo step: contatto con il powder ed agitare per ricoprire integralmente l’innesco; Infine immersione in acqua, senza nessuna pasturazione aggiuntiva. In verità l’immersione nei liquidi può essere ripetuta più volte, fino a creare bocconcini duraturi, carichi magari di diversi attrattori (immergendo gli inneschi in diverse polveri e in diversi liquidi). In acque fredde e in condizioni di pressione estrema, questa strategia offre risultati notevoli, oltre ad un grosso risparmio economico (non si sprecano esche). Altro importante vantaggio è la personalizzazione praticamente infinita, si possono infatti impiegare dips, liquid foods e powders di tutti i tipi e gusti, creando miscele e fantasie a piacimento senza limiti. Ulteriore vantaggio è la durata dell’innesco nel doppio dip in acque fredde, provate in una bacinella come in foto, e vi renderete conto della lunga durata del processo di rilascio. Un consiglio è quello di aumentare leggermente la lunghezza del capello, in quanto l’innesco sarà voluminoso e richiederà un maggiore spazio, generalmente 2mm in più, ma lo spazio aumenta in base al numero di immersioni. La temperatura dell’acqua bassa comunque offre un vantaggio, permette infatti al nostro innesco caricato di rilasciare gradualmente e protrarre il rilascio per un lungo periodo di tempo, creando una scia olfattiva di interesse che persiste a lungo. Consiglio di utilizzare palline di diametro ridotto e morbide, in queste acque esse tenderanno infatti ad indurirsi e a sprigionare gli attrattori che inglobano al loro interno, attrattori che nel caso di utilizzo di hard hookbaits rimarranno invece intrappolati nel cuore della boilie e non produrranno l’effetto desiderato. Le catture sono inevitabilmente diminuite, ma se avessi lasciato le cose come erano, ignorando la pressione di pesca che aumentava e la temperatura che continuava a scendere, probabilmente avrei anche potuto evitare di restare nel weekend, accontentandomi delle catture dei primi due giorni. Comunque si sa, noi carpisti siamo insaziabili, perciò se chi si accontenta gode noi preferiamo farlo si, ma con una carpa tra le braccia.


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