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Degenerazione del senso di giustizia

Di Gianluca "Il Basco" Milillo pubblicato il 01/10/12

 

In un processo di mutazione del nostro contesto sociale italiano, fenomeni come conflitti nel mediterraneo, aperture delle frontiere, rimodulazione di assetti politici ed economici internazionali, hanno generato un costante e inarrestabile flusso di migranti sui nostri territori.

E’ apparsa fin da subito l’inadeguatezza del nostro sistema politico e di governo per temi come l’integrazione o il respingimento, lasciando in una condizione di diffuso disagio che non è mai riuscito a produrre equilibrio o soluzioni fattive.

Tutti i livelli del nostro assetto nazionale ne hanno subito gli effetti: costi, settore produttivo, giustizia, assistenzialismo sanitario e sociale, ed anche aspetti complementari della vita quotidiana, come la pesca sportiva o la tutela della fauna, sono stati coinvolti.

E’ cronaca diffusa degli ultimi anni, oltre che esperienza diretta della stragrande maggioranza degli sportivi italiani che, culture e interessi diversi, nonché diversi modi di interpretare il concetto di pesca, hanno reso incompatibile la convivenza tra i pescatori extracomunitari e quelli nazionali.

Nella maggior parte dei paesi è lo “straniero” che si adatta alle leggi e agli usi locali: in Italia no.

La nostra nazione, ed in particolare l’educazione ambientale lungo le sponde di fiumi e laghi, i nostri regolamenti di pesca o i concetti di tutela e sostenibilità della fauna ittica sono un qualcosa che sfugge agli immigrati dell’Est Europeo o asiatici che sono residenti in Italia.

Questo, oltre a originare un palese danno sulla fauna ittica è alla base del proliferare del sentimento d’intolleranza sempre più diffuso verso le etnie di pescatori stranieri. 

Questo però, di fatto, è un drammatico errore: si assiste sempre più, in particolare sulla rete di internet, sui social forum e blog a inni palesemente razzisti, di intolleranza manifesta e di denigrazione offensiva verso questa categoria.

Il razzismo è un effetto negativo che nasce da paura e frustrazione, che non risolve la problematica e pone il destinatario del messaggio razzista in una condizione di “vantaggio” morale.

L’impunità dei pescatori stranieri che praticano la pesca è un effetto, non una causa: se chi è chiamato a vigilare, gestire ed amministrare è incapace di farlo, si crea il terreno fertile per ogni tipo di illegalità ed abuso.

In altri termini il pescatore extracomunitario fa ciò che vuole in una sorta di limbo proprio perché non esiste la percezione da parte sua di essere controllato o sanzionato in modo determinato.

Questo assenteismo e incapacità gestionale è la causa: l’atteggiamento dello straniero in pesca è solo un effetto.

Quindi è palese che in un territorio ove non si sanzionano le condotte “contra legem” e non si vigila sui propri beni, ognuno è libero di esprimersi secondo il proprio egoistico orientamento.

Quindi l’ondata di epiteti razzisti che negli ultimi tempi invadono i social network,  rivolti agli stranieri pescatori, sono oltre che sgradevoli e indegni di un popolo civile, un inutile sistema di reazione: è verso chi è preposto al mantenimento dell’ordine pubblico e del rispetto delle norme, che bisognerebbe inveire in modo intenso, in quanto, ripeto, l’atteggiamento dello straniero è l’effetto di una causa rappresentata dall’incompetenza di chi amministra il territorio e dalla sua incompetenza nel far rispettare le norme.

Nelle consulte regionali della pesca in cui presiedo come titolare o consulente esterno, ogni volta che si affronta il tema “vigilanza stranieri”, dagli organi partecipanti si alzano sempre due tipi di vergognosi  “piagnucolii”: “non abbiamo fondi”, ma poi si stanziano decine di migliaia di euro per ripopolamenti e per abbattere alloctoni, oppure “non è nostra competenza”, e con 8 forze di polizia pagate e presenti sul territorio suona offensivo verso quei cittadini che vogliono veder rispettate le leggi.

Vi porto due concreti esempi di degeneranti casi di mala amministrazione dei pescatori stranieri: entrambi verificatisi in Veneto.

Per risolvere il problema di alcune “bande” di pescatori stranieri che imperversavano sul fiume Po, un amministrazione provinciale ha concesso a questi la “licenza di pesca di professione”: legalizzandoli non erano più “banditi”, e quindi non c’era più l’onere di controllarli ad ogni segnalazione o denuncia dei pescatori sportivi.

Sempre in Veneto, un amministrazione provinciale in più occasioni si è fatta vanto di concedere per soli 8 euro ogni trimestre le licenze di pesca agli stranieri: secondo loro in questo modo si favoriva “turismo”.

Nella realtà (a soli 8 euro) hanno sia legittimato che implementato una vera e propria orda incontrollata e incontrollabile, svendendo e umiliando uno dei patrimoni naturalistici più belli della nostra nazione.

Parallelamente è inevitabile, difronte a simili gestioni “fantasiose”, che si alimenti un sentimento razzista nel pescatore italiano, che si amplifichi la frustrazione e la rabbia di chi vede sia distrutta la risorsa che violate le regole in cui crede.

Questo purtroppo poi sfocia in drammatici episodi, come recentemente successo in Abruzzo, dove un gruppo di pescatori di nazionalità rumena, intenti a pescare con una rete, sono stati brutalmente picchiati e la loro auto gettata nel fiume: simili deprecabili e drammatici episodi rappresentano in primis un fallimento del sistema di gestione e controllo, perché è palese ed ovvio che, se si facessero rispettare le norme applicate e se si vigilasse con intensa professionalità e competenza, episodi di giustizia sommaria non sarebbero contemplati.

Premesso che il razzismo è da me odiato e condannato ad ogni livello, la mia personalissima “intolleranza” la rivolgo a chi, amministratore del territorio, attraverso la sua incompetenza e superficialità, ha creato i presupposti perché fiumi e laghi siano terra di conquista da parte di chiunque, do il mio disprezzo a chi, pur arrogandosi la competenza, è incapace di applicare una fattiva vigilanza, e soprattutto a chi continua a interpretare come ripristino dell’ambiente il massacro degli alloctoni e il sostenere gli allevamenti destinati al ripopolamento, quando invece, per il ripristino ambientale, oggi risulta tragicamente urgente, investire in vigilanza e sicurezza.

 

Gianluca “il Basco” Milillo

 


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Commenti

Andrea il 08/10/12
Concordo pienamente con questo articolo,specialmente quando dice che èora di finirla col massacro degli alloctoni.Chi può giudicare cosa è alloctono?Sappiamo tutti benissimo che il fossile del cadore dimostra che il siluro è un pesce nostrano delle nostre acque.


Giulia il 06/10/12
da Giulia: Ha ragione Milillo, ci vuole ordine e disciplina, pugno di ferro contro la feccia e rigidi controlli dei laghi a pago. Certificazione obbligatoria per tutti. Le razze slave minacciano i nostri meravigliosi fiumi pieni di siluri e nutrie. Usciamo dall'euro e rimandiamoli a casa


Simone il 06/10/12
questa situazione di generale illegalità è non solo generata da uno scarso o talvolta assente controllo , ma anche da una diffusa scarsa sensibilità sull'argomento , nella mia esperienza posso tranquillamente affermare che non è solo lo straniero a recare danno alla fauna ittica ma anche l'italiano , il no-kill è praticato da pochi e temo che gli AUSPICABILI e NECESSARI maggiori controlli da parte degli organi preposti possono solo lievemente modificare la situazione , la tutela del patrimonio naturale di laghi , fiumi (e non solo) si basa su una più diffusa sensibilità ambientale e non è una cosa che si ottiene dall'oggi al domani, soprattutto in un paese dove si va ancora nella direzione contraria.


Samuele C. il 04/10/12
Come le avete aperte bene danze tra commenti censurati e ridicoli proclami razzisti, complimenti.


Sergio il 04/10/12
Non posso far altro che condividere le parole di Alessandro. L'articolo non inquadra a pieno il vero problema. La realta é che nessuno rispetta le leggi, se la legge ci sta bene ci lamentiamo perché nessuno la fa rispettare, se non ci sta bene la critcihiamo e siamo i primi a non rispettarla. Non funziona cosi purtroppo e l'autore lo dovrebbe sapere bene.


Alessandro il 02/10/12
Leggendo questo articolo riesco solo in parte a condividere le opinioni espresse. Se da un lato mi allineo nella ferma condanna di un razzismo cieco e qualunquista, ritrovo invece un atteggiamento tipicamente italiano nel voler sempre attribuire agli organi vigilanti la colpa dell'illegalità diffusa e non ai "praticanti". Idolatriamo sempre (anche qui in italiota prerogativa) altri Paesi per la loro civiltà e senso della legalità, non rendendoci conto che quella stessa legalità non deriva tanto e solo da un maggiore controllo o repressione, ma nasce in primis da una cultura insita nei cittadini. Finchè in Italia ci sarà l'atteggiamento condiviso da TUTTI del "rispetto le regole finchè ho paura delle sanzioni o quando ho la certezza dei controlli" nulla mai cambierà. E concludendo quindi, trovo assolutamente inadeguato dipingere il non rispetto delle regole come un effetto, la carenza di controllo come una causa e l'illegalità come un problema diffuso. Forse un passo in avanti verso una civile Italia lo faremo in ogni campo della vita quando identificheremo semmai il non rispetto delle regole come una causa, l'illegalità come un effetto e la carenza di controllo come un problema diffuso. Sembra la stessa cosa, non lo è.


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