Carpe o ostacoli

di Roberto Ripamonti pubblicato il 21/03/17

Una delle sfide più appassionanti e difficili è quella  che si propone quando ci troviamo davanti ad un settore pieno di ostacoli che ci costringano ad una azione di pesca veramente impegnativa e maniacale nella cura dei particolari. Gli ostacoli sono il sogno e l’incubo dei carpisti perché sono zone in cui le carpe sono quasi sempre presenti, sono facili da individuare ma, ci portano ad una concentrazione spesso totale. La soddisfazione nel portare a guadino una carpa di grossa taglia estraendola da una legnaia è spesso superiore a qualsiasi altra occasione di cattura ma, spesso sono più i dolori che questi ambienti ci provocano che le gioie. Serve l’applicazione totale ad alcune regole pratiche ed etiche per tentare la sorte e spesso, si tratta di una sorta di esame di maturità dell’angler che troppo spesso si propone in questi ambienti senza la dovuta preparazione. La prima lezione durissima la ebbi nel 1988 in Inghilterra pescando in un lago molto noto nel Norfolk, non lontano dalla città di Norwich. Si tratta di un club con non più di una decina di carpe dentro, tutte comprese tra gli 8 e i 13 kg ma assolutamente smaliziate e protette da un ambiente molto particolare. Il lago era bassissimo, non più di un metro di profondità letteralmente sepolto da un tappeto di ninfee; catturare una carpa era una sorta di trofeo che ti faceva rapidamente scalare  nella graduatoria dei giudizi, all’interno del club e io, italiano avevo tutta l’intenzione di sfoderare un colpo di …c…e stupire gli inglesi. Si poteva solo pescare lanciando e a non più di 15 metri per non entrare direttamente dentro la vegetazione. La pesca era snervante perché si lanciavano le due canne permesse, si pasturava con qualche boilies e ci si sedeva accanto ad esse, sui moli di legno fatti per i pescatori al colpo. Ricordo che faceva un freddo cane ma non ci si poteva assolutamente muovere perché le carpe erano, quando c’erano, a pochi metri da noi e si sarebbero spaventate. La mia postazione era a trenta metri da quella di Paul Kerry con cui dividevo quelle prime giornate di carpfishing di alto livello…anche se da principiante. Almeno, io ero un principiante mentre in Italia a sentire parlare la maggioranza dei carpisti….nel 1988 erano già da anni che praticavano questa pesca di cui abbiamo poi cominciato a parlare diffusamente solo nel 1993. Ma questa è solo una altra storia. Ebbene, dopo circa 6 ore di immobilità assoluta e di bisogni corporali impellenti, decisi di alzarmi per un attimo per prendere una tazza di caffè visitando rapidamente la postazione di Kerry. Tra noi vi era un piccolo canneto che non ci permetteva la vista reciproca. Mi alzai, arrivai da Paul e dopo pochi istanti vedemmo le ninfee davanti alle mie canne ribollire….. Corsi sulla canna, ferrai ma era troppo tardi perché la carpa che finalmente era arrivata, aveva fatto in tempo a infilarsi nelle ninfee. Persi quell’ unico pesce per essermi distratto per pochi secondi. E’ pur vero che ci vuole una bella dose di sfiga per azzeccare l’istante in cui la carpa arriva finalmente sui terminali con la decisione di bersi un caffè ma, questo in estrema sintesi è esattamente la pesca in mezzo agli ostacoli!

Acque difficili.
C’è un lago francese che è leggendaria meta di tanti carpisti che fanno la fila per poter prenotare uno spot poiché è stato creato e preservato un ambiente di altissimo spessore tecnico; Curton. Qui le regole sono molto rigide e tra queste ne spicca una che è la chiave di lettura di questa nostra chiacchierata; non si abbandonano le canne sul rod pod se ci si deve allontanare. Chi trasgredisce queste regole, viene allontanato e ben lo sanno diversi carpisti anche di nome importante che, in questi anni hanno infranto questa regola base venendo mandati a casa dal titolare. La ragione è semplice, pescando nei pressi di una legnaia dal momento della partenza all’istante in cui la carpa è praticamente persa, passano pochissimi istanti trascorsi i quali, il guaio è fatto. Questo , in sintesi, significa avere una carpa magari di taglia, agganciata da un hair rig montato su un finale particolarmente robusto ma semi legata al tronco verso il quale ha trovato riparo. Molte volte la carpa riesce a liberarsi dell’amo strofinando il muso contro il legno, altre volte non ci riesce e rischia di morire. Tanti anni fa pescando in una grande cava proprio sotto una legnaia imponente che mi aveva sempre regalato catture ebbi modo di comprendere perché in quei giorni non vi era alcuna attività sulla canna depositata a pochi centimetri dal tronco. In un momento di alta trasparenza dell’acqua ed aiutandomi con una maschera vidi chiaramente una  specchi di circa 8-10 kg letteralmente impiccata ma ancora viva ad un terminale. Aiutandomi con un remo riuscii a arrivare alla lenza e con diverse difficoltà, estrassi la carpa che non appena la tensione della lenza si allentò, riuscii a liberarsi e stancamente ad affondare andando via libera. Osservai attentamente il finale e vi trovai una serie di errori grossolani compiuti dall’angler che fino a poche ore prima stava pescando in quello spot. Vediamo qual è la lezione da quella piccola esperienza.

La saga degli errori.
Posizione della lenza.
Il primo errore era la pretesa del carpista era quella di pescare in mezzo agli ostacoli a circa 300 metri dalla postazione in cui campeggiava. E’ vero che con le trecce la segnalazione è assolutamente istantanea ma ci si dimentica spesso che è quasi impossibile se non in condizioni di assoluta calma di vento, di posare le esche mantenendo perfettamente in tensione la lenza. La pancia è sempre in agguato e questo fattore ritarda la segnalazione in modo evidente. Quei pochi metri che servono a rimettere veramente in tensione la lenza madre sono letali perché il pesce riesce certamente a guadagnare spazio. La prima lezione è che pescare a queste distanze è un rischio che spesso non possiamo accettare a meno che non abbiamo posato le lenze in modo perfetto, l’ostacolo su cui peschiamo è di piccole dimensioni e non vi sono altre situazioni entro cui la carpa possa trovare riparo. Una soluzione che ho trovato molto interessante è quella della “break line” esattamente come si usa nella pesca al siluro per cui, si attraversa il fiume con le lenze che ci passano sopra e si “ brekka” con un filo robusto proprio sulla sponda opposta. MI pare una sistema intelligente, certamente adottabile solo se sappiamo che non passeranno barche ed altri appassionati da imbarcazione…Ma torniamo alla “lezione”…

Struttura del finale.
Si trattava di una treccia da circa 20 libbre senza alcuno snag o shock leader collegata direttamente al finale e con un piombo inline. Inutile dire che questo è un errore marchiano e gravissimo perché la lenza da 20 libbre può andare bene ma ha una resistenza all’abrasione veramente limitata. Molto meglio un 25-30 libbre di qualità anche se la bobina conterrà qualche metro di lenza in meno.
La mancanza di shock leader è, a mio personale giudizio, un altro tipo di errore perché lo shock leader è la base su cui si si appoggia durante la fase finale del combattimento, quella in cui dobbiamo letteralmente estrarre la carpa dalla legnaia. Una vola che lo shock leader è entrato negli anelli, se siamo in barca possiamo forzare e spesso tagliare il rametto che ci blocca il pesce. In queste situazioni noteremo che la carpa è a volte immobile quasi si senta al riparo al punto da avere la sensazione di aver perso la preda. L’errore più grossolano è invece quello dell’utilizzo del piombo inline perché questo è l’elemento che garantisce l’incaglio. Spesso il piombo si blocca nel legno o nella pietraia e la carpa riesce ad estrarre metri di filo allontanandosi dalla zona di blocco.
In questi casi non esiste alternativa cari amici, se pensiamo a piombi bloccato o inline siamo lontani dalla meta!

Il giusto approccio
La mia esperienza personale parla di tante sconfitte brucianti e di alcune conquiste sudate. In alcuni casi ha fatto tutto la carpa, in altre, ci ho messo qualche anno di esperienza in altre ancora, una bella fortuna sfacciata come ad esempio una venti e passa chilogrammi incagliata in una legnaia che di punto in bianco, esce da sola allo scoperto mentre io ero convinto di aver perso tutto. Pescando negli ostacoli sto seduto accanto alle canne, ho la frizione chiusa, non uso il bite runner e le lenze sono in tensione per cui non uso nessun back lead. Al minimo cenno di partenza vado sulla canna e ci provo anche se qualche volta proprio la fretta mi ha portato all’incaglio. In tanti altri casi però è servito ad anticipare la mossa del pesce. Nel mulinello, poiché se pesco negli ostacoli non vado oltre i 70-100 metri (quasi sempre in fiume) metto volentieri un 30 libbre a cui fa seguito uno shock leader lungo una quindicina di metri di 50 libbre. Sono certamente diametri impressionanti ma con questi abbassiamo di molto la possibilità di lasciare qualche preda appesa ad un tronco. Il finale deve essere composto da un Safety Clip con piombo destinato a perdere oppure, se calo la nenza in aree molto trafficate, da un piccolo sasso legato con 020 mm così da non avere ostacoli tra canna e preda.

L’hair rig da snag
La scelta dell’hair rig è abbastanza ovvia poiché se tutto deve essere basato su diametri da 30 e 50 libbre allora anche il rig finale non può essere da meno. Molte volte in passato ho descritto le virtù del D Rig con fluorocarbon per circa 3 centimetri dall’occhiello e soluzione combi con una materiale anti abrasione. IL collegamento è fatto con un nodo Allbright Special oppure con una giunzione da shock leader purché ne scaturisca un collegamento non troppo grossolano. Anche qui è importante andare in alto sui diametri perché se è vero che il fluorocarbon sarà almeno uno 060mm, il dyneema con cui costruiamo il combi link dovrà essere un 30-40 libbre almeno purché morbido.
Altro punto importante è quello che proteggere l’occhiello con un tubetto in silicone con una struttura anti abrasione ancora più accentuata. Bastano pochi millimetri di protezione , quel tanto che basta ad evitare che la preda strusciando il muso sul fondale riesca a tagliare la parte più in difficoltà ovvero quella che struscia sull’occhiello.
La scelta dell’amo si presenta come fondamentale perché la necessità di forzare la preda senza darle un attimo di tregua ci deve portare a scegliere modelli con filo molto grosso e punta assolutamente penetrante. Ciò che conta è la potenza della struttura dell’amo poi, se si tratta di un 1 o di 1 /0 questo lo verifichiamo in funzione delle dimensioni delle nostre esche.

Azione di pesca.
Abbiamo poche alternative; non appena lo swinger da segni di vita si deve intervenire e forzare al massimo la preda affinché sia sorpresa e sia possibile guadagnare qualche metro prima della difesa violenta. SE l’operazione non riesce e la carpa va dentro la legnaia non rimane che provare a forzare oppure cercare di ingannare la preda lasciando la lenza in bando. Spesso la carpa, non sentendo la trazione tende a muoversi e qualche volta (qualche volta) , si riesce anche a riaprire la partita. Se proprio dobbiamo, saliamo in barca e andiamo sul luogo del delitto per cercare di arrivare sulla preda e combatterla da altra angolazione. Anche in questo caso, prepariamoci ad avere sorprese; qualche volta troveremo il nostro amo agganciato ad un pezzo di legno, altre volte scopriremo che la carpa è ancora li ed è pronta a ripartire a mille. Guai se non siamo pronti a reagire.
In definitiva, una tecnica difficile certamente non al livello di tutti i carpisti se non hanno accumulato esperienza ed una sfida da cui si esce qualche volta con le ossa rotte. Per questa ragione se non siamo pronti al 100% forse è meglio aspettare.






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