Itinerari

Il Tevere a Roma

Di Samuele Maffei pubblicato il 08/05/18

CARPA O MORTE! IL TEVERE A ROMA
Riaffacciarsi al Tevere dopo più di un anno dà sempre un’emozione spaventosamente forte. Riaffacciarsi per affrontare una sessione “al buio” è ancora più esaltante.
Il Tevere nei pressi della capitale è un fiume molto generoso per chi sa come affrontarlo, per chi sa ascoltarlo, soprattutto per chi lo frequenta assiduamente. Al contrario, chi non lo conosce o chi lo sfida saltuariamente spesso incappa in devastanti cappotti che potrebbero far desistere in poco tempo anche il carpista più accanito.
Dico questo perché la porzione di fiume che ci accingevamo a sfidare, essendo un intermezzo tra due dighe, subisce numerosissime variazioni di livello e di corrente che influenzano fortemente il comportamento delle carpe.  Oltre alle variazioni di livello, anche il flusso del fiume soffre dei mutamenti causati dalle variazioni climatiche soprattutto a causa delle piene che letteralmente spostano gli ostacoli lungo il suo corso. Contrariamente ai laghi, in questo fiume è molto probabile che uno spot molto proficuo un anno possa essere del tutto negativo l’anno successivo. Per questo motivo accedere in uno spot dove da tempo non si è pescato resta sempre un’incognita affascinante ed allo stesso tempo pericolosa.
Ci sono due modi per assicurarsi di non lasciare nulla di intentato. Uno è l’utilizzo di un ecoscandaglio capace di leggere il fondale in maniera precisa e puntuale, come il mio Raymarine Dragonfly 5, l’altra è quella di utilizzare esche di ottima qualità in grado di attrarre immediatamente le carpe intercettate. Avendo a disposizione qualche chilo di Overcarp “Salmon & Pink Pepper” mi sentivo veramente al sicuro sotto quell’aspetto.
 Appena arrivati abbiamo subito sondato la zona sotto riva per valutare se fosse valsa la pena o meno di calare le nostre lenze in quello spot.  Bastava un ostacolo sommerso o una situazione di fondale non favorevole a farci desistere per andare alla ricerca di qualche altra postazione. Invece il Raymarine indicava che sotto la nostra barca il fondale rispondeva perfettamente alle nostre aspettative. Uno scalone degradante verso il centro fiume ci portava dai 4 mt ai 12 mt senza particolari ostacoli sommersi ed un fondale duro con poco sedimento. A destra la curva del fiume creava una zona interessante di deposito che sfiorava di poco il nostro spot. Alberi in acqua a destra e sinistra.
 Appena scesi dalla barca ci siamo armati di falcetto e forbici per potare, nel tentativo di creare una piazzola in mezzo ai rovi in grado di accogliere la nostra tenda e montare il campo.  Dopo mezz’ora circa eravamo di nuovo in barca a pasturare nelle zone che ritenevamo più proficue, a monte dello spot con il lancio delle palline dato che la forza della corrente le avrebbe spostate sicuramente a valle. I punti di interesse scelti variavano sia in senso qualitativo, dalle legnaie laterali al letto fluviale, sia in senso quantitativo, in termini di profondità, dai 5 agli 8 metri, ed in termini di distanza di lancio, dai 20m fino al centro del fiume. Decidemmo di applicare ai terminali degli inneschi generosi per evitare pesci di disturbo. Due omini 26/16 mm e due singole 26mm erano l’arsenale ritenuto migliore per la nostra “battaglia” che sarebbe durata meno di ventiquattro ore. Carpa o morte. 
Calò la sera e le speranze iniziavano a sfumare insieme al rossore del sole che tramontava dietro i campi. Avevo visto l’ultima volta il Tevere regalarmi catture con cadenza di mezz’ora e il fatto di non aver sentito il suono del segnalatore per mezza giornata iniziava a preoccuparmi. D’altro canto, le certezze di essere in pesca correttamente, grazie ad inneschi di qualità e giusta posizione dell’esca, scacciavano via questi brutti pensieri. La notte azzerò tutti i contorni e dopo una cena a base di carne ci accingemmo a coricarci. 
Una partenza violenta mi scaraventò giù dal lettino. Ferrai con decisione, troppo tardi per evitare che si incagliasse sulla legnaia. Uscimmo in barca per cercare di convincerla a liberarsi, ma il pesce, fortunatamente, si slamò. 
Tornammo mortificati e sonnolenti, tanto da lanciare la canna “alla cieca” e senza pastura di contorno. 
Sono proprio le azioni prive di rigore logico che molto spesso portano al successo. La stessa canna partì poco dopo, nelle prime ore del mattino, regalandomi la soddisfazione di abbracciare la carpa capitolina che mostra la foto. Dopo averla rilasciata mi fermai un attimo a pensare alla stranezza di quanto successo: era stato veramente il caso? Quanto aveva inciso l’uso di una buona esca in quella situazione? 
L’arcano non lo svelai, ma restai (e resto) sempre convinto che avere in tasca un’esca vincente è sempre meglio che non averla. 
SAMUELE MAFFEI

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