Tecnica

Ami da carpfishing, dalla preistoria ad oggi...

Di Roberto Ripamonti pubblicato il 24/01/15

Esistono tanti argomenti di cui parlare quando due o più carpisti si incontrano e si scambiano le proprie opinioni sulla tecnica; tra questi uno che non troverà mai pace è certamente la diatriba tra l’uso di ami piccoli e quelli grandi. Personalmente ho cambiato idea varie volte anche se la scelta del compromesso  è stata quella che più ho seguito. In realtà si tratta di un argomento che mi piace trattare perché è il pepe della nostra disciplina. Personalmente sono anni che vorrei mettere insieme un manuale di soli rig per cercare di  mettere ordine sia a livello costruttivo che a livello di qualità di ferrata, tenuta e penetrazione ma, alla fine, recedo sempre da questa idea. In realtà, dopo aver speso anni a studiare le esche sono passato a cercare di catalogare i rig e la cosa mi pare riportarmi indietro agli anni in cui costruivo mosche artificiali e guardavo ammirato i cataloghi di Devaux, Lumini, Orvis  o Chamberet. Chiaramente nel carpfishing si tratta di una ventina di soluzioni su un tema e non centinaia di ricette meravigliose ma, anche nel nostro caso si tratta pur sempre di catalogare per avere un riferimento utile a tutti.

Cominciamo dagli ami.
Esistono decine di forme, materiali e dimensione. Un appassionato che si affaccia in questo settore fatica a capire la differenza tra i vari modelli e spesso, non ha idea di cosa debba realmente fare. In realtà le forme su cui fare affidamento sempre sono abbastanza poche anche se si entra nel campo delle scelte personali. All’inizio usavamo pochissimi modelli come il magnifico Partridge WS Z17 che aveva un design che oggi è tornato assolutamente in auge a dimostrare che non si inventa mai nulla di nuovo. Guardate la forma e confrontatela con quella che andiamo a creare costruendo un hair rig di ultima generazione; scopriamo che venti anni fa avevano capito cose che noi stiamo mettendo in pratica solo ora.
Facciamo allora un confronto usando le due immagini. Nel ws z17 la curvatura era molto accentuata e la rotazione dell’amo, piuttosto evidente al punto che spesso l’amo si cuciva letteralmente sulla bocca della carpa. Il limite di quel amo risiedeva nei materiali che rispetto agli attuali, erano davvero modesti  e la punta tendeva a rovinarsi dopo poche ore di pesca. Grazie ad una interessante serie di studi effettuati da un angle chiamato Zenon Boijko si comprese che quella forma era eccellente ma, proprio a causa dei materiali dell’epoca, la punta rischiava di non essere adatta . Per questa ragione sin da venti anni fa si ricorse ai termo restringenti e al silicone per modificare artificialmente le curvature dell’amo e gradualmente, del ws z17 non si sentì più parlare perché entrarono in campo Gamakatsu, Owner, Kamasan, Fox e quindi le altre a seguire presentando disegni di amo totalmente differenti. Da qualche anno gli angler più avanzati e rapidi di cervello sono tornati sui loro passi perché la forma veramente impeccabile deve essere sempre più rotonda o tipo “circle” che si riesce ottenere. Avete tutti presente il Whity Pool Rig? Ecco il concetto di curvatura all’eccesso che ricalca quanto la pesca in mare ha insegnato a tutti ovvero che la tenuta dei circle è spesso totale e non ha eguali con nessun altro tipo di amo esistente e non modificato artificialmente.
Altra soluzione del passato che sta tornando velocemente i moda è il PIggy Back ovvero un amo (Partridge) basato su una curvatura accentuata. Possiamo vedere che con un design simile abbiamo creato uno Shanked Bent Hook senza d over fare nulla; ma allora perché  le aziende non producono questi ami? L’unico forse in circolazione è la serie 4 (credo) della Fox che è un classico Bent Hook di eccellente caratteristica anche se la recente serie chiamata Arma ha gran parte delle caratteristiche più importanti sopratutto nelle forme e nella precisione della punta; cosa che nei vecchi Partidge era un vero e proprio incubo.

Shank Curved Hook. Atto secondo.
Allora se guadiamo la correzione che si apporta (e che mi è stata mostrata per la prima volta da Max Cottis) ad ami  curvi, si nota che il punto di uscita del capello è estremamente avanzato e coincide con la verticale dell’occhiello a formare una perfetta linea retta tra filo che esche dall’occhiello e capello stesso. Ma questo è esattamente il concetto che è dietro al vecchio e…… fuori moda ws z 17!! Andiamo poi a effettuare una prova del “Palmo” e verifichiamo subito come  questo disegno sia praticamente infallibile poiché non appena si innesca un movimento con un contatto l’amo entra immediatamente in rotazione posizionandosi in modo efficace. Se torniamo ancora indietro nel tempo andiamo a vedere un altro gioiello della Partridge a nome “Richie MacDonald z13” ovvero il primo vero esempio industriale di bent hook dopo la sua ideazione e la successiva commercializzazione da parte della  Gardner Tackle. Ebbene, se guadiamo attentamente la foto dell’amo notiamo che stiamo andando nuovamente a percorrere una strada già camminata da altri, circa venti anni fa. Il disegno che scaturisce da un Mac Donald innescato correttamente ricalca infatti tutta la moderna teoria sulla conformazione degli hair rig. Qui il “pivot” ovvero il punto che innesca la rotazione è esattamente la piegatura che guarda caso noi effettuiamo artificialmente mediante pvc , termo restringente o silicone. Al momento non esiste un amo che commercialmente possa essere considerato erede dello z13 ma penso che le aziende dovrebbero cominciare a pensare anche in questa direzione poiché questo design è praticamente infallibile.
Utilizzando una fot riassuntiva, possiamo verificare quali possono essere le possibili forme di presentazione che lo Shanked bent Hook offre al carpista. Al di la della fantasia, è interessante notare come l’uscita del capello dal tubetto in pvc sia forzata al fine di garantire un perfetto allineamento con la lenza finale. Questo è il vero ed unico segreto, riuscire a creare una linea dritta!

La correzione degli hair rig.
Spesso alcuni ami non sembrano essere in gardo di superare il “test del palmo” per mille ragioni tutte valide; ad esempio perché non si usa un materiale abbastanza rigido (tutti i filati in dyneema o spectra) e di basso diametro (15 libbre) per cui non si crea quello che i britannici definiscono un “pivo point” sul quale tutto l’hair rig ruota e mette in funzione l’amo. La correzione è spesso elementare per chi è carpista da anni, molto meno per chi inizia. Se osserviamo al foto possiamo vedere che l’uso di un pezzo di pvc che sia il più piccolo possibile di diametro (quanto basta per coprire l’occhiello) e in un attimo otteniamo un “bent hook” artificiale che supera tutte le possibili prove. Se poi vogliamo provare qualche cosa che è stato inventato venti anni fa possiamo inserire un pezzo di nailon dello 035-040mm di traverso nel pezzo di pvc e bloccarlo con un ovvio di colla. Ne scaturisce un “Anchor Rig” di ottima fattura in cui proprio l’ancora che si viene a creare diventa il perno su cui ruota il rig (l’amo). Se invece usiamo un filo più sottile e lasciamo i “baffi” più lunghi allora avremo un “Whisker Rig” per l’appunto…un rig con i baffi.

Whity Pool Rig.
Credo che questo rig sia eccezionale ma spesso, usato in modo avventato oppure, sottovalutato all’eccesso. Il Whity Pool rig è una soluzione che riflette appieno tutti i concetti di rotazione dell’amo aggiungendone uno innovativo; la particolare compressione / apertura che la parte in silicone può garantire. Questo particolare agevola chiaramente la qualità della ferrata ma, soprattutto, la tenuta della ferrata stessa poiché l’amo si comporta artificialmente esattamente come un circle hook arrivando quasi a cucirsi nella bocca della carpa. Se costruito su ami con filo leggermente più ampio dei classici bent hook in circolazione  il Whity Pool diventa un potente alleato anche nella pesca in zone piene di ostacoli poiché la protezione garantita dalla copertura è davvero alta e ci evita la costruzione di ingombranti “snag rig” 


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