Tecnica

Al posto del fuoco

Di Elisa Zanotti pubblicato il 19/03/19

“Noooooooo, si è slamata...!!!!!”

Purtroppo questa  è una delle più 'dolorose' esclamazioni che purtroppo, ogni tanto, si pronuncia durante una sessione di pesca. 

Tutti abbiamo vissuto sicuramente l'esperienza di combattere un pesce per poi slamarlo misteriosamente senza apparenti motivi ma, tentando di analizzare le cause della slamata, probabilmente, il primo pensiero, va direttamente all’amo, alla sua montatura e, a tal proposito, è proprio il caso di dire che la domanda sorge spontanea: 

 

Esiste l’amo perfetto?

Nel momento in cui immergiamo le lenze in acqua e posizioniamo le canne sul pod noi creiamo un sistema, un sistema praticamente indipendente formato da diverse componenti ognuna delle quali, autonomamente, sarebbe insufficiente ai fini della pesca. Tendiamo a dare molta importanza all’estetica della canna, al suo libraggio, all’ultimo modello di mulinello ed ai suoi cuscinetti nonché al dilemma monofilo/treccia trascurando, a volte, la parte che non si vede, quella sommersa, quella, in realtà, fondamentale, al di là dell’esca, per poter tornare a casa con un bel ricordo ed una bella foto: la qualità dell’amo! A volte sono le cose più piccole a fare la differenza…

A mio pensiero, un amo, prima, deve soddisfare un modello di pensiero cioè avere una forma idonea per il rig che abbiamo immaginato di costruire e poi essere efficace appagando il carpista dal punto di vista pratico nella tenuta e nella robustezza. 

 

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Esistono, sul mercato, tante forme di amo per tutte le esigenze di terminale e di dimensioni, ma, secondo me, alla fin fine sono sostanzialmente tre quelle maggiormente utilizzate; provo a farne una breve descrizione:

  • Curved Shank: più comunemente chiamato “a schiena d’asino” è un amo con corpo perfettamente ricurvo, occhiello inclinato verso la dritta punta; la combinazione di questi tre elementi permette di sfruttare il curved shank sia per presentazioni affondanti che per pop-up con un grande potere autoferrante ed anti-ejection;
  • Long Shank: o “a gambo lungo” è un amo che si caratterizza proprio per l’estensione del gambo che unita all’occhiello inclinato gli garantiscono una quasi autoferrata; ideale per le presentazioni pop-up e bilanciate, il long shank è un amo utilizzabile in tutti gli spot, sia su fondali liberi che tra gli erbai grazie all’elevato rapporto peso-robustezza da non sottovalutare nella fase di presentazione dell’esca. Con il rig corretto (non troppo lungo e sapientemente controbilanciato) questo amo può rivelarsi l’arma segreta in condizioni di forte pressione di pesca o dove il pesce tende ad insospettirsi;
  • Classic Shank: il più classico degli ami sempre presente dalla notte dei tempi del carpfishing tuttavia assolutamente attuale per la sua semplicità ed efficacia. Costruzione affondante per eccellenza grazie al gambo dritto ed alla curvatura molto ampia ed all’ardiglione leggermente piegato all’indentro. L’amo classico si presta anche a soluzioni più moderne con guaina termo-restringente e, per i più audaci, anche per un chod-rig rivisitato. In ogni caso, se usato in purezza, guadagna ancora i suoi risultati!

 

A ferro e fuoco.

Acciaio: la lega composta principalmente da ferro e carbonio è il materiale con cui vengono forgiati i nostri ami; senza scendere troppo nei dettagli ingegneristici mi limito solo a dire che è la percentuale di carbonio a dettare le caratteristiche meccaniche dell’acciaio: più è presente e migliori sono le qualità ed il pregio della lega fino ad un limite oltre il quale il tutto si trasforma in ghisa.

Stabilita e consolidata la tecnica, al carpfishing moderno non resta altro che progredire nella ricerca dei materiali ed ecco, quindi, che un semplice amo diventa un gioiello siderurgico in cui porre fiducia e…perché? Perché si sceglie di commercializzare ami con una quantità di carbonio maggiore del 25% garantendo una resistenza maggiore. Aumentando la tenacia dell’amo si può scendere con lo spessore e quindi anche con il peso rendendo la nostra piccola arma più duttile nel suo utilizzo e più performante in termini di bilanciamento. 

La costante ricerca del miglioramento non si sofferma solo alla sostanza, ma coinvolge anche l’apparenza: l’acciaio diventa teflonato. Il PTFE (politetrafluoroetilene), più comunemente conosciuto come teflon, è un polimero che possiede alcune peculiarità molto interessanti che possono dare una marcia in più ad un amo; la più evidente è l’opacità: questa caratteristica anti-riflesso è indistintamente importante per il marginal fishing, lo stalking e per chi ha la fortuna di pescare in acque pulite e cristalline. Il PTFE ha un coefficiente di attrito dinamico molto basso per cui l’amo ricoperto ha ottime proprietà di scorrevolezza superficiale. Non in ultima posizione per importanza ci sono le ottime qualità dielettriche, ossia è un isolante elettrico ed un pessimo conduttore; questa particolarità è maggiormente sfruttata nel catfishing dove tutte le parti metalliche vengono ricoperte o rivestite, ami compresi, per celare ai recettori elettrosensibili (barbigli ed ampolle di Lorenzini) del siluro il terminale e l’esca.

Teniamo sempre ben presente che l’amo, nel nostro sistema precedentemente accennato, è l’unico punto di contatto tra noi ed i pesci e quindi merita molta attenzione nella scelta del materiale e delle performance tecniche che ci può regalare.

 

Detto questo…

Avendo scelto la forma ed il materiale del nostro amo, ora, non resta che parlare della sua dimensione: la questione sembra banale o sarcastica, ma in realtà si tratta di una scelta, assieme alle due precedenti, difficile da fare perché è quella che va contestualizzata maggiormente. Partiamo dagli aspetti macroscopici per scendere, successivamente, nel dettaglio: il periodo dell’anno in cui si va a pescare è il primo fattore da tenere in considerazione, vale a dire che con più le temperature si abbassano e più andrebbe ridotta la dimensione dell’amo per cercare di insospettire le carpe già diffidenti ed apatiche proponendo loro un terminale più discreto; in seguito dobbiamo analizzare il luogo di pesca per proporzionare la forma e la grammatura del piombo all’amo. Al di là della pesca in corrente dove è necessario, in ogni caso, avere una buona zavorra, per la pesca in acque ferme o a lenta fluenza non è sempre valida la regola “piombo grosso=autoferrata sicura” perché l’amo piccolo (si parla di un n°6 o n°8) ha un maggiore potere di penetrazione ed è, quindi, sufficiente abbinare un peso che oscilli dai 70 agli 84g anche in caso di lanci energici dove, poi, si andrà a lavorare sul dimetro della lenza madre. A questo punto scendiamo nel dettaglio: dopo aver scelto il tipo di terminale da costruire, dobbiamo abbinare una boilies di un diametro adeguato. Da qualche tempo il mercato offre una vasta gamma di micro-boilies rivoluzionando la tendenza di pescare con esche giganti che toccavano anche i 30mm o più; la mentalità è cambiata e la tecnica si sta affinando e raffinando cercando di convincere anche i più scettici che un amo del n°6 con due palline da 10mm sia un innesco vincente anche per pesci importanti e over. 

 

Come mi piace sempre dire e fare, bisogna avere anche il coraggio di osare, di sperimentare e di dare fiducia alle proprie intuizioni e sensazioni partendo dall’analisi dei fattori ambientali e dalla scelta dei materiali migliori; allora le catture avranno un sapore diverso, più intenso, più profondo, più intimo.


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