Tecnica

A pesca nei buchi!

Di Quirino Riccitelli pubblicato il 16/05/16

Ho solo 24 ore da improvvisare per una sessione, così senza pensarci troppo chiamo il socio e lui conviene che è quasi l’ora giusta per partire ancora una volta. Ho un buco di tempo e già so quanto ce ne vorrà per trovarne qualcuno in acqua. Questo maggio ha dato sole in abbondanza e la flora lacustre s’esibisce in rigoglio. Due ore dopo già siamo sul lago, neppure il tempo di ricaricare a dovere la frontale, o di caricare nel bagagliaio il superfluo: per quello non c’era assolutamente spazio! Minimalisti noi, ma manco il vecchio lago scherza, visto che offre ancor meno acqua; abbonda però nel verde e fa un manto, con cui si ricopre, quasi omogeneamente, l’intera superficie. Scrivo che è metà maggio, indi è quasi giunto il periodo di chiusura per frega e, nonostante i periodi andrebbero rivisti, la rispetterò anche stavolta. La prossima sessione sarà all’apertura in luglio, perciò questa resta l’ultima occasione buona per stanarne una. Quello corrente è un ottimo periodo, stavolta poi c’è stato un abbassamento delle temperature dovuto alla bora che sta calmando proprio in queste ore. Approfitto di questi buoni auspici per entrare sul gommoncino con un sorriso amaro, di quelli che vogliono dire che poi ti mancherà pescarci, ma intanto un po’ godi… sulla destra vedo il lontananza due a spinning che recuperano sporco ad ogni lancio, ma se abbasso lo sguardo li capisco ben presto dato che c’è solo un misto di verdure; certe, poi, hanno addirittura un aspetto semi gelatinoso… punto verso un grosso canneto sulla sinistra, nei pressi del quale ricordo una zona pulita e, per fortuna, da lì non si è ancora mossa. Piazzo il primo segnalino ed ho l’imbarazzo della scelta sul dove legarlo. 
Quando c’è possibilità di fissare il segnalino ad un canneto o a una qualsiasi altro appiglio, è sempre conveniente evitare di piazzare “h” o sistemi di bottiglie/piombi in acqua. Personalmente preferisco diminuire al minimo ogni ostacolo ulteriore a quelli già naturalmente presenti. 
Pasturo con circa un paio di chili di boilies ad ampio raggio, e ne vedo alcune che fanno sull’erba come fa il caffè “buono” con lo zucchero prima di ingoiarselo. La seconda canna riesco a calarla all’inizio dell’erbaio principale, c’è infatti una fascia d’acqua pulita a circa sessanta metri da riva, mezzo metro prima dell’inizio di una fittissima distesa di flora. Il socio copre invece i settori sulla destra e riesce agevolmente ad individuare a sua volta una paio di spot. Variare le profondità e coprire la maggioranza dei settori disponibili stavolta non è fattibile, dovremo accontentarci dei posti che offre il lago al momento. Quattro canne calate nei posti superstiti e non ci resta che remare alla ricerca di un paio di buchi all’interno dell’erbaio principale: sarà dura… due ore di remate più tardi era già diventata insopportabile! Non abbiamo portato dietro batterie e motore, visto che in questo trionfo d’erba l’elica avrebbe non poche difficoltà a girare. Solo il minimo indispensabile, ripeto… quindi passo e ripasso, ma sembra che comunque il discorso non cambi, anzi: più vado avanti e più vedo verde che sbiadisce pure la speranza di intravederlo un ago nel pagliaio. 
Pescare nei buchi nel cuore di un erbaio, è una strategia che già in passato mi ha permesso di evitare fragorosi cappotti; le carpe transitano e si spostano al loro interno, perché vi trovano protezione e cibo. La lettura del fondale o della zona di calata è fondamentale, ma risulta spesso difficile perché ostacolata dalla vegetazione stessa. In condizioni di erbai estremamente fitti e con poco tempo a disposizione consiglio di accontentarsi del primo diradamento significativo, scendendo a compromessi talvolta con un fondale non perfettamente duro. Per fortuna il mercato odierno offre una vasta scelta di prodotti validi a cui affidarsi in ambienti di questo tipo, come le nuove Hookbaits prodotte da OverCarpBaits. Ho scelto di innescare una doppia pallina bilanciata da 20mm, aggiungendo a del tungsteno due centimetri prima dell’amo. L'amo ad assetto neutro/ tendenzialmente galleggiante mi permetterà allamate migliori.
Si trattava dell’unico buco individuato dopo circa tre ore di un’estenuante ricerca, contraddistinta da una serie innumerevole di imprecazioni. Un chilo abbondante di palline concentrate nei paraggi dell’innesco che riesco ad intravedere a malapena, di poco sollevato da quel fondale maleodorante. Torno a riva e dopo qualche minuto il sole va a nascondersi, così può finalmente uscire una timida gibbosa crescente… cala la notte in men che non si dica e dei bip sporadici sulla canna più complicata mi lasciano ben sperare. Sulla canna nell’erbaio calata dal socio valeva lo stesso discorso; l’intera serata è stata un susseguirsi continuo di bip sulle uniche due canne in mezzo all’erbaio, segno di attività varia “nei settori peggio addentrati”… insomma nulla tace, finché d’un tratto arrivano le ore piccole e le accompagna una nebbia fitta che pian piano ricopre l’intero scenario. Diventa più tetro e anche i bip si bloccano all’improvviso. 
Non saprei come spiegarlo ma spesso mi capita di non registrare partenze durante le bippate frequenti, per poi averne una non appena queste terminano. L’opportunismo alimentare dei pesci e degli animali in genere è il meccanismo che regola i nostri ragionamenti in termini di quantità da mettere in acqua. Se il periodo è buono (il lago produce partenze) sinceramente abbondo coi quantitativi e parto con almeno un cinque chili di boilies distribuiti sulle tre canne. Cerco in questo modo di includere nel totale di pastura anche la quota destinata al pesce di disturbo. Ovviamente i quantitativi varieranno al variare: delle dimensioni del bacino in esame, della quantità di pesce presente e di altri fattori. L’idea che mi sono fatto è che, probabilmente, quando le carpe iniziano a muoversi verso i settori pasturati, le scardole (ovvero le prime ad accorrere dopo la pasturazione), si spostino temporaneamente ai margini degli stessi, per riprendere in seguito ad alimentarsi nuovamente. Non è una forma di riverenza delle scardole verso le carpe, sia chiaro, quanto invece il loro voler evitare di essere schiacciate o disturbate. Questo discorso vale quando si ragiona su pasturazioni circoscritte ad aree ristrette (i buchi negli erbai a cui mi riferisco), quando sussiste dunque una sorta di “competenza alimentare”; se invece i tappeti di pastura sono distribuiti su ampie porzioni di fondale si assiste ad una “convivenza alimentare” del target e no target fish, che si nutrono allo stesso tempo. 
Torniamo alla sessione… dopo due ore di silenzio finalmente parte una carpa, proprio nel cuore dell’erbaio. In quel buco striminzito sgamato per miracolo; il miracolo da fare ora è arrivare il prima possibile sulla carpa e mantenere il filo in tensione: difficile quando ogni dieci metri devi fermarti per districare il troppo filo da torcere tra i nodi verdi. Ci vogliono dieci minuti abbondanti per raggiungere il filo (“giustamente” incastrato attorno ad una radice sommersa) e per vedere finalmente la sagoma di una carpa, un paio per assecondarne le ripartenze con la frizione, e cinque per riprendere fiato dopo averla finalmente vista al sicuro nel guadino. A fine sessione mi resta come ricordo, anzi trofeo, la foto di una fully di quelle sudate, ma di quelle che comunque ricorderò per sempre…


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