Tecnica

214 passi

Di Andrea Zanchin pubblicato il 05/05/13

Per noi era sempre stato un luogo mistico, un ambiente misterioso, l’oggetto dei nostri desideri. Ricordo ancora quando da adolescenti partivamo in sella ai nostri motorini col solo scopo di arrivare ad affacciarci dai cancelli di rete metallica, sbirciare all’interno per goderci il panorama e fantasticare sui mostri che popolavano quelle acquee. All’epoca infatti esistevano solo leggende, racconti che narravano di pesci giganteschi catturati da pochi eletti che avevano il privilegio e la possibilità di immergere le loro lenze in quello specchio d’acqua, il tutto solo perché conoscevano i proprietari. Ma noi non avevamo mai mollato. No, noi eravamo sempre là e, mossi solamente dalla nostra curiosità e dalla nostra passione, dopo innumerevoli ricerche, finalmente giungemmo a colui che deteneva le chiavi di quel paradiso.

E fu così che un giorno, forti delle nostre convinzioni e consapevoli della nostra inesperienza,  decidemmo di suonare quel campanello, nel tantativo di presuadere qualcuno nel darci la possibilità di pescare nel bacino dei nostri sogni. Quando si spalancarono i cancelli di quella maestosa villa, io ed Antonio ci guardammo stupiti, quasi increduli di aver, di li a poco, anche solo la possibilità di parlare con questo misterioso signore. Mentre percorrevamo a piedi il grande vialone che ci portava a ridosso dell’ingresso, due dobermann adulti ci vennero incontro e già le nostre paure iniziarono a divenire più concrete. Arrivati sulla soglia di casa si affacciò un signore anziano che ci accolse amichevolmente e stette a sentire le nostre disperate richieste che divennero, poco dopo, vere e proprie suppliche, il tutto nel vano tentativo di convincerlo a concederci la possibilità di pescare. Com’era prevedibile non ci furono ragioni e, sconsolati, decidemmo quindi di abbandonare il progetto, andarcene e chiudere forse definitivamente, quel tanto agognato sogno in un  altrettanto remoto cassetto.

Ma poi un giorno, tutto ad un tratto, alle prime ore dell’alba, mentre ancora stavo dormendo suonò il telefono. Aprii gli occhi e, ancora in fase di dormiveglia vidi “Antonio” sul display del mio iPhone. Istintivamente silenziai il telefono e mi girai dall’altra parte, lasciandolo suonare. Poco dopo vibrò nuovamente, questa volta era un sms. Turbato, decisi di prendere in mano quel benedetto telefono e leggere che cosa volesse da me questo rompi scatole. Ovviamente il mittente era Antonio che nel suo messaggio recitava: “30,5! Non male come primo pesce…”. Al che mi ricordai che il giorno precedente mi disse che sarebbe stato in pesca in un nuovo spot che preferiva, al momento, mantenere segreto e gli risposi istantaneamente: “Guarda che hai sbagliato a pesare! Sarà 3,05…”. Iniziò così un fitto interscambio di sms che culminò con Antonio che mi disse: “Vieni a farmi le foto? Sono in cava coccodrilli… Muoviti!”.

Iniziò così quasi per caso la nostra avventura in quel bacino, fatta di una collaborazione strettissima, un lavoro di team che ci portò a pasturare il posto per quasi 3 mesi ininterrotti. Ma già dopo le prime vere e proprie sessioni conclusesi con dei cappotti clamorosi, capimmo che quel ambiente, pur essendo stato isolato per quasi 30 anni, non era così facile da affrontare ed anche i pesci che lo popolavano non erano così particolarmente affamati ed interessati verso le nostre boilies.

Dedidemmo così di cambiare strategia in vista dell’ultima prova.

Dopo un lungo periodo di inattività dalla pasturazione, decidemmo di andare a rinfrescare la memoria alle nostre amiche pinnute e, un paio di giorni precedenti alla sessione programmata, gettammo in acqua qualche manciata di boilies e del method mix self-made, il tutto in pochi specifici punti dove eravamo certi che le carpe, prima o poi, fossero di passaggio.

E fu così che arrivammo al tanto atteso giorno di inizio pescata che ci avrebbe portato ad immergere i nostri inganni in acqua per 3 giorni consecutivi. Al contrario delle sessioni precedenti, decidemmo di calare un massimo di 3 canne a testa, posizionate in diversi punti del lago ed accamparci in un punto più o meno equidistante da tutte e 6.

Mentre stavo ultimando l’innesco della mia ultima montatura, arriva Antonio con passo calmo e sicuro ed esclama “Bene, io ho finito! La mia canna più lunga, dista da qui 214 passi…”. Un po’ sorpreso lo guardo e gli rispondo: “214 passi dall’accampamento? Non male…” e lui “Si e non è tutto. Siccome non avevo più picchetti singoli dotati di ferma canna posteriore, ci ho messo una bella forcella di legno!”.  A posto, ho pensato subito tra me e me, speriamo non parta proprio quella…

La giornata, fatta di qualche “bip” e da alcuni disturbi di folaga (che per inciso si immergevano sott’acqua alla ricerca delle nostre esche!) , trascorse così in modo abbastanza tranquillo fino ad arrivare a sera.

Al termine di una buona grigliata accompagnata da qualche fetta di polenta, mentre ci stavamo gustando un ottimo Manchester United-Real Madrid di coppa campioni, nel bel mezzo della partita si udì un “bip” e poi ancora “ bip-bip”. Entrambi guardammo di scatto la centralina ed era la canna di Antonio, quella più distante. Lui mi gurdò quasi incredulo e io gli dissi: “lascia che mangi!”. Non trascorsero nemmeno 10 secondi che il quel suono da intermittente divenne continuo: “biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip…”

Soddisfatti del nostro lavoro e del nostro primo pesce della sessione, andammo a letto consapevoli che, vista la confusione fatta, sarebbe statto estremamente difficile avere una seconda partenza sino al termine della nostra sessione.Antonio uscì di scatto dalla tenda e si precipitò di corsa verso la canna, sembrava di assistere alla partenza dei 100 metri di Usain Bolt (ovviamente con le dovute proporzioni visto che Antonio peserà quasi il doppio!). Io invece con tutta calma mi alzai dal lettino, mi misi gli scarponi e piano piano, convinto che si trattasse (visto i disturbatori che avevamo avuto durante il giorno) ancora di una falsa partenza, e mi incamminai verso quella zona. Girato l’angolo urlai: “Antonio ce l’hai???” e lui “Muoviti! Che è già quasi nel sottoriva…”. Stavolta ero io ad essere incredulo e, quando realizzai la cosa, corsi come un fulmine a prendere il guadino e tornai di nuovo indietro. “E’ piccola!” disse Antonio, io “davvero???”, “si si! Tira come un treno…”.  Dopo qualche fuga, finalmente affiorò dall’acqua e, appena la vidi, dissi “Antonio vai piano che è grossa!”, poco dopo era già all’interno della rete…fatta! Preparammo in materassino ed, in 2 la tirammo su: specchi da 25,6 kg! Entusiasti, visto la mole del pesce, decidemmo di fare subito le foto di rito ed effettuare il rilascio…

Nel bel mezzo dei sogni, alle ore 6:50 del mattino fummo sobbalzati in aria da un altro suono, questa volta un sibilo acuto, forte e continuo. Era sempre la stessa canna. Come da ottimi soci e compagni di pesca si usa fare, questa volta toccava a me e, consapevole di questo, uscii dalla tenda urlando “è mia, è mia!!!”. Percorsi correndo, quasi in modo anaerobico, quei 214 passi che mi separavano dal punto dove stazionava la canna e, quando la afferrai, con una mano sopra la bobina che ancora scorreva, ferrai con tutta la forza che mi rimaneva in corpo…strike! Non mi resi subito conto del peso del pesce in

 quanto ancora sbigottito dall’evento ma, poco dopo, visto che il pesce emerse quasi istantaneamente dal pelo dell’acqua, lo battezzai come una carpa di piccola taglia. Dopo qualche minuto arrivò Antonio che esclamò “dai che questa è la sorella più grande di quella di prima!” e io gli risposi subito “si, se tutto va bene abbiamo preso il pesce più piccolo del lago…”. In men che non si dica il pesce fu all’interno del guadino e Antonio, posizionato molto sotto di me, dopo aver aperto le stecche e dopo aver sbirciato all’interno, si voltò e mi disse: “beh piccola, parliamone! Sarà sempre 20 kg…”.
In effetti quando la vidi all’interno del materassino, in tutta la sua grandezza, mi resi conto che forse Antonio non aveva tutti i torti ed infatti, poco dopo, lago della bilancia o meglio il display della bilancia, al netto della tara, indicò 20,1 kg!

Non male come mio primo pesce del 2013 e, soprattutto, niente male considerando che nella stessa sessione era già il secondo pesce over 20 che usciva in meno di 24 ore…

Al termine del dovuto servizio fotografico a quel favoloso pesce e del relativo rilascio dello stesso, decidemmo di trascorrere ancora qualche ora in pesca e, se nulla si fosse mosso, viste anche le pessime condizioni meteo in arrivo, avremmo anticipato il termine della sessione.
La pescata si concluse infatti così, col giusto coronamento per il lavoro di team svolto nei mesi precedenti e successivamente con la strategia di pesca che insieme decidemmo di adottare in fase di caccia.

Personalmente non scorderò mai questa sessione. Per la compagnia, per il lavoro svolto, per la location e, non ultimo per le catture effettuate, è forse al momento la più incredibile che ho vissuto. Ad ogni modo, se anche in futuro avessi la fortuna di viverne di più emozionanti, ci sarà sempre un elemento che ricorderò con estremo piacere: quei 214 passi!


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